Btp, il Tesoro colloca 8 miliardi ma lo scenario incerto spinge i rendimenti al rialzo
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Redazione Economia
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Il meccanismo della domanda e dell’offerta, quando si parla di debito sovrano, racconta sempre una verità che va oltre i numeri secchi delle aste. E i dati diffusi dal Ministero dell’economia e delle finanze in merito al collocamento di venerdì 10 aprile – lo si evince chiaramente dalle tabelle – restituiscono l’immagine di un mercato che compra Italia, certo, ma a un prezzo politicamente più salato. Il Tesoro ha piazzato complessivamente 8 miliardi di euro di titoli di Stato suddivisi su tre scadenze (3, 7 e 15 anni) -4-7, riuscendo a soddisfare l’intero ammontare massimo previsto; un risultato, quest’ultimo, che di per sé esclude qualsiasi rischio di stress immediato sulla liquidità nazionale. Tuttavia, a lasciare il segno sugli investitori – e a far discutere gli analisti – è stato il rialzo deciso dei tassi di interesse corrisposti dal dicastero di via XX Settembre, una conseguenza diretta delle turbolenze geopolitiche che stanno riaccendendo i timori inflazionistici a livello globale.
La fotografia delle aste: domanda solida ma costo in crescita
Guardando ai singoli segmenti della curva dei rendimenti, si osserva come la componente a breve abbia tenuto meglio il colpo pur registrando un incremento significativo del costo del denaro. Sul BTP triennale (scadenza marzo 2029, cedola 2,4%), l’importo di 2,5 miliardi è stato coperto da richieste per 4,20 miliardi, generando un rapporto di copertura di 1,68. Un dato che denota un interesse ancora robusto per la carta italiana, anche se il rendimento lordo è balzato al 2,91%, segnando un aumento di 16 punti base rispetto all’asta precedente. Sul fronte della scadenza intermedia (il nuovo BTP a 7 anni con scadenza giugno 2033), che costituiva la fetta più sa dell’offerta con i suoi 3,75 miliardi, la domanda ha raggiunto 5,79 miliardi; il bid-to-cover ratio si è attestato a 1,54, un livello comunque considerato solido dagli operatori, ma non sufficiente a frenare l’impennata del rendimento, schizzato al 3,51%.
Il segnale inquietante del lungo termine e i dettagli dei Bot
La vera cartina di tornasole della tensione attuale, come spesso accade in queste fasi di transizione dei cicli economici, è rappresentata però dalle emissioni a lunga scadenza. Il BTP a 15 anni (ISIN: IT0005694630, scadenza ottobre 2041), collocato per 1,75 miliardi, ha visto il proprio rendimento lordo attestarsi al 4,27%. Per comprendere la portata del cambiamento rispetto a solo due mesi fa, basta ricordare che il collocamento sindacato di febbraio (riservato ai soli istituzionali) fece segnare un rapporto di copertura superiore a 11 con ordini record per 157 miliardi a fronte di 14 offerti; ieri, invece, gli ordini hanno sfiorato i 3 miliardi, per un rapporto di copertura di 1,70. Parallelamente, la Banca d’Italia ha reso noti gli esiti dei collocamenti supplementari dei Bot. Qui emerge una curiosità: mentre per il BOT con scadenza aprile 2027 (annuale) la domanda di 1,73 miliardi ha travolto l’offerta di 750 milioni, per il BOT trimestrale con scadenza luglio 2026 la situazione si è capovolta, con richieste ferme a soli 40,61 milioni a fronte di un’offerta di 250 milioni.
Le incertezze che pesano sui conti dello Stato
Questa corsa a due velocità – molto appetito per il lungo, tiepidezza per il brevissimo – racconta di un mercato che sta cercando di proteggersi dal futuro senza perdersi nelle sabbie mobili dell’emergenza immediata. Se da un lato il Tesoro ha dimostrato di poter contare su un serbatoio di liquidità ancora pieno (nessuna asta è andata deserta), dall’altro i rincari dei tassi implicano un costo futuro più elevato per la gestione del debito pubblico. Lo scenario internazionale, segnato da persistenti crisi energetiche e tensioni sui mercati delle materie prime, costringe il nostro Paese – storicamente più esposto di altri per la struttura del proprio mix energetico – a dover offrire premi al rischio più alti per attirare i capitali esteri. E così, mentre la Borsa Italiana registra le operazioni, chi gestisce i bilanci pubblici sa che ogni punto base aggiuntivo sul rendimento si traduce in milioni di euro aggiuntivi da stanziare per gli interessi passivi.




