Bosnia, la trappola di fango: nel campo di Zenica l’Italia cerca la rivincita mondiale

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Sarajevo – Non è solo il freddo a gelare le ossa, in questo viaggio balcanico che sa tanto di espiazione quanto di calcio vero, quello sporco, fatto di buche e pozzanghere che si trasformano in insidie tattiche. Il pullman azzurro, inerpicandosi per il tortuoso e dissestato percorso che conduce allo spartiacque della Football Academy, ha dovuto fare i conti con una realtà fisica ostile: cumuli di neve ripuliti in fretta e furia dai campi di gioco, trasformati in pantani fradici da una natura che sembra essersi messa di traverso. È in questo scenario, quasi primordiale, che la Nazionale si appresta a scrivere il capitolo più importante della sua storia recente, cercando di scrollarsi di dosso l’onta di una generazione, quella etichettata con la “S” di “SenzaMondiale”, che da troppo tempo aspetta di riscrivere il proprio destino.

L’approdo a Zenica, periferia calcistica per eccellenza convertita in centro nevralgico della storia azzurra, ha il sapore di una missione quasi catartica. Il piccolo stadio Bilino Polje, che domani sera ospiterà la sfida decisiva contro la Bosnia, rappresenta l’ultimo ostacolo su un percorso accidentato che l’Italia conosce fin troppo bene. Le condizioni del prato, ieri, apparivano tutt’altro che ottimali: un manto a macchia di leopardo, erba non uniforme, segnata da una nevicata copiosa e consistente che ha costretto i gestori a una risemina d’emergenza. L’auspicio, oggi, è che una mano di vernice verde possa restituire dignità a un rettangolo di gioco le cui criticità rappresentano, di fatto, un’arma in più per i padroni di casa. Che nessuna delle due squadre svolga la rifinitura al “Bilino Polje” non migliorerà certo la conoscenza del terreno, ma gli azzurri hanno già avuto modo di saggiarlo con la ricognizione di questa mattina, calpestando quel prato gelato per carpirne i segreti e le insidie.

La sindrome del calciatore dimezzato e la cura Gattuso

La “Generazione S” è un’etichetta che pesa come un macigno. Quel gruppo che pure ha saputo vincere, portando a casa un Europeo in mezzo a due fallimenti mondiali, si porta addosso la sindrome del calciatore dimezzato: capace di imprese epiche ma prigioniero di uno scoglio psicologico che sembra insormontabile quando si tratta di mettere in palio il biglietto per la Coppa del Mondo. Il viaggio nei Balcani, però, è stato impostato proprio per spezzare questa maledizione. L’albergo scelto, poco lussuoso, immerso nel contesto industriale delle acciaierie di Zenica, non lascia spazio a distrazioni: l’unico lusso concesso è la concentrazione, il pensiero rivolto esclusivamente alle cose concrete, a quella concretezza che il ct Gennaro Gattuso ha saputo iniettare in un ambiente che rischiava di perdersi in paure ataviche.

Bruno Conti, testimone d’eccezione di quella notte magica di Spagna ‘82, ha colto proprio questo aspetto osservando la squadra dal campo di Bergamo giovedì scorso. “Ho visto un po’ di paura”, ha ammesso, auspicando che la ripresa con l’Irlanda abbia servito a esorcizzarla. In quella circostanza, l’Italia ha portato con sé un po’ di quella magia del passato, rivivendo al fianco dei campioni di un tempo una notte scaccia cattivi pensieri. Nel ritiro, la presenza di figure carismatiche come quella di un certo “MaraZico”, che non si è tirato indietro nel rivedere i suoi “cuccioli” cresciuti a Trigoria – da Politano a Frattesi, passando per Pisilli, Calafiori e Scamacca – rappresenta un collante emotivo non trascurabile. È un modo per ricordare a questa squadra che il talento, se liberato dalla paura, può ancora fare la differenza.

Le insidie del campo e la pressione di una nazione

Se la condizione psicologica è un rebus da risolvere, quella del terreno di gioco è un’incognita concreta. Le foto pubblicate dalla stampa italiana mostravano un manto erboso tutt’altro che perfetto, con la domanda retorica “Si gioca qui?” che riecheggiava tra i cronisti presenti. La nevicata dei giorni scorsi, unita a quella delle settimane precedenti, ha lasciato il segno in modo indelebile, e il fatto che il terreno sia in erba naturale, recentemente riseminato, aggiunge un ulteriore elemento di imprevedibilità. La scelta della Federazione bosniaca di giocare a Zenica, in uno stadio privo di pista d’atletica dove il pubblico può arrivare a ridosso del rettangolo di gioco, non è casuale: si punta a creare un clima da “calderone”, capace di intimidire l’avversario. Tuttavia, le intemperanze dei tifosi bosniaci nella gara con la Romania costeranno cara alla federazione locale: la capienza del Bilino Polje, che normalmente conta 15.600 posti, sarà ridotta a circa 9.000 spettatori, un dettaglio non trascurabile che ridimensiona in parte la spinta del fattore campo.

Per gli Azzurri, quella di domani sera è una partita che evoca spettri mai del tutto sopiti. Dopo le esclusioni di Russia 2018 e Qatar 2022, l’Italia ha imparato a sue spese quanto il percorso di spareggio possa trasformarsi in un campo minato. Il regolamento è chiaro: in caso di pareggio al termine dei 90 minuti, si procederà con due tempi supplementari da quindici minuti ciascuno; solo in caso di ulteriore parità si ricorrerà ai calci di rigore. Per una squadra che ha costruito la propria forza sulla solidità difensiva ma che deve ancora trovare continuità in fase realizzativa, la prospettiva di una gara lunga e nervosa rappresenta una variabile tutt’altro che confortante. L’avversario, forte di un Edin Džeko ancora decisivo nonostante l’età avanzata, ha già dimostrato di saper soffrire e di essere letale nelle situazioni di equilibrio. Sarà una partita di nervi, di dettagli, e forse, di fango.

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