Biathlon, Giacomel e l'amarezza dopo la staffetta: “I nostri skimen hanno sbagliato, dispiace per loro”
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Redazione Sport
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Non ci sono giri di parole che tengano, e del resto Tommaso Giacomel non ne ha mai cercati, nemmeno quando la delusione lascia spazio alla frustrazione più lucida. Il quartetto azzurro composto da Patrick Braunhofer, Lukas Hofer, Nicola Romanin e dallo stesso Giacomel ha chiuso la staffetta maschile di biathlon in quattordicesima posizione, un risultato lontano anni luce dalle ambizioni di una vigilia che, sulla carta, regalava ben altre speranze. La gara, disputata quest'oggi sulle nevi di Anterselva valida per le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, ha messo in fila una serie di difficoltà tecniche che hanno compromesso irrimediabilmente la prestazione degli azzurri, sin dalle prime battute della frazione inaugurale affidata a Braunhofer. La sensazione, netta e impietosa, era quella di un'Italia fuori gara, incapace di inserirsi nel ritmo impresso dalle nazionali di vertice, con i francesi, autori di una prova storica, che conquistavano il loro primo oro olimpico nella specialità davanti a Norvegia e Svezia.
A mente fredda, come suo solito, Giacomel non ha cercato alibi banali né si è rifugiato in formalismi di circostanza. Intervistato dai microfoni di Rai Sport, il leader della Coppa del Mondo, nonostante una stagione fin qui vissuta da protagonista, ha puntato il dito senza giri di parole su un aspetto specifico e tecnico, rivelando retroscena che pesano come macigni. “Oggi abbiamo avuto grossi problemi con gli sci, è inutile negarlo, perché è sotto gli occhi di tutti”, ha dichiarato il biatleta, e le sue parole tradivano una delusione tanto personale quanto collettiva, amplificata dalla consapevolezza che il lavoro certosino del team era stato vanificato da un errore a monte. La questione dei materiali, per chi pratica sport di resistenza sugli sci, non è un dettaglio secondario ma rappresenta spesso il confine che separa una prestazione di livello da un pomeriggio di ordinaria sofferenza; una variabile che, se sbagliata, rende vano qualsiasi sforzo atletico, come emerso anche nelle analisi a caldo di chi ha seguito la competizione -3.
Il rammarico per un errore tecnico che pesa sul risultato di squadra
L’onestà intellettuale di Giacomel emerge con forza proprio nel momento in cui, anziché cercare alibi nella propria condizione atletica o nella precisione al tiro (comunque discreta per l'Italia, con sole nove ricariche complessive), sceglie di affrontare di petto la questione più spinosa. “Dispiace in primis per loro, per gli skimen: so quanto lavorano”, ha aggiunto, quasi a voler schermare la critica con una solidarietà umana che non intacca però la sostanza del problema, ovvero una preparazione del materiale che non ha funzionato. È un atto di responsabilità, il suo, che evidenzia quanto la prestazione di una squadra sia il frutto di un equilibrio delicato, dove l'errore di un reparto può inficiare l'immenso lavoro di tutti gli altri. La sua ammissione, secca e senza infingimenti, fotografa una domenica storta in cui nemmeno la spinta del pubblico di casa, solitamente fattore determinante, è riuscita a colmare il divario tecnico accumulato nei primi giri.
L'analisi a caldo e l'incidente occorso a Braunhofer
Se per Giacomel, in qualità di ultimo frazionista e uomo di punta, il compito si rivelava improbo proprio a causa del ritardo accumulato, la gara di Patrick Braunhofer, il primo a partire, era stata condizionata anche da un episodio sfortunato. Come ricostruito nel dopo gara, il biatlista altoatesino ha dovuto fare i conti con la rottura di un bastone già nel corso del primo giro, un contrattempo che, seppur non giustifichi da solo l'intero risultato, ha certamente complicato una partenza già difficile -3. La staffetta, si sa, è una disciplina che non perdona distrazioni e dove ogni secondo perso diventa un macigno per chi viene dopo. Braunhofer, pur gestendo discretamente il poligono, non ha potuto evitare di passare il testimone a Lukas Hofer in una posizione di rincalzo, condannando la squadra a una rincorsa che, sui quattordici chilometri e mezzo complessivi, si è rivelata una chimera. Nonostante i tentativi di Hofer prima e di Nicola Romanin poi di limare il distacco, il divario dalle posizioni che contano è rimasto incolmabile.




