Giacomel, la vittoria nel biathlon tra le lacrime: "Un giorno bello e triste per Bakken"
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Redazione Sport
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Sulla terra pesante e nella nebbia che avvolgeva le piste di Oberhof, nella regione tedesca della Turingia, Tommaso Giacomel ha tracciato una delle linee più sofferte e pure della sua carriera. Venticinque minuti, un secondo e sette decimi di una corsa condotta con furia contenuta, terminati con un dito puntato verso il cielo e gli occhi lucidi, hanno restituito al biatleta altoatesino il sapore amaro-dolce di una vittoria che, come lui stesso ha confessato, rappresenta forse il giorno "più bello e più triste" insieme. Quella nella sprint 10 km, che pure è il terzo successo stagionale in Coppa del Mondo per il venticinquenne di Vipiteno, si è infatti trasformata in un atto di profonda dedizione, lontanissimo dalla semplice esultanza sportiva.
Il ricordo che scorre lungo il percorso
Oltre il traguardo e il tempo che lo confermava primo, oltre il controllo quasi perfetto al poligono con un solo errore, la mente di Giacomel correva altrove, a un’amicizia nata nel 2019 su un podio degli Europei e stroncata troppo presto. L’atleta, dopo aver tagliato il traguardo e respirato a fatica, ha cercato con lo sguardo qualcuno che non poteva esserci, in un gesto silenzioso che ha detto più di qualsiasi dichiarazione. “Credo sia uno dei giorni più controversi della mia vita”, ha spiegato in seguito, sviscerando il groviglio di sentimenti che lo attanagliava: da un lato la rabbia e il vuoto per la perdita, dall’altro la consapevolezza di aver realizzato una performance di livello. “Vincere una gara di Coppa del Mondo dovrebbe dare tanta gioia”, ha aggiunto, “ma non ho nulla di cui essere felice stavolta, se non per la mia performance”.
L’eredità di un legame speciale
Quello tra l’italiano e il norvegese Sivert Bakken, scomparso poco prima di Natale in un evento che ha scosso l’intero mondo dello sport invernale, era un legame che andava oltre la semplice rivalità agonistica, cementato da anni di gare condivise e rispetto reciproco. La decisione di Giacomel di dedicare il trionfo all’amico ha dunque trasformato la pista in un luogo di memoria, dove ogni passo e ogni colpo andato a segno sembravano carichi di un significato ulteriore. Una vittoria, la sua, che si è configurata come un atto privato e al tempo stesso pubblico, capace di unire il lutto personale alla maestria tecnica, mostrando come lo sport possa a volte farsi veicolo di emozioni universali e traghettare il dolore verso una forma di celebrazione.
La preparazione che non si ferma
Nonostante il turbamento emotivo, l’azzurro ha saputo mantenere una concentrazione ferrea durante la competizione, gestendo con freddezza le serie di tiro e imponendo il proprio ritmo sugli sci, in una dimostrazione di carattere che va ad arricchire un palmarès in rapida crescita. Questo quarto successo in carriera nel massimo circuito, arrivato nella prima gara dopo la scomparsa dell’amico, sottolinea non solo il suo stato di forma ma anche una maturità atletica che gli permette di separare, almeno in gara, la sfera personale da quella professionale. Resta in lui, come dichiarato in passato, l’ambizione di contribuire a “sfatare il tabù” dell’oro olimpico per il biathlon italiano, un obiettivo per il quale eventi come quello di Oberhof, pur nella loro ambivalenza emotiva, forniscono una preparazione insostituibile.




