Umberto Bossi, il fondatore della Lega, e quel rapporto mai sbocciato con Napoli tra miti, canzoni e la lite con De Mita
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Redazione Interno
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La scomparsa di Umberto Bossi, avvenuta il 19 marzo all’ospedale di Circolo di Varese all’età di 84 anni, restituisce il profilo di un politico che, a differenza di altri leader del centrodestra, non ha mai coltivato una vera attrazione per il capoluogo partenopeo. Se Silvio Berlusconi, colui che lo sdoganò definitivamente ai vertici del governo nazionale, era un habitué di Napoli, per il senatùr la città rappresentò piuttosto un luogo di confronto obbligato, più che un approdo sentimentale o culturale. Basti ricordare la sua partecipazione a malincuore, dettata esclusivamente da ragioni politiche, a quella conferenza programmatica di An, allora guidata da Gianfranco Fini, nel febbraio del 2001. Era un sabato 24 quando, al teatro della Mostra d’Oltremare, si presentò con l’abito blu e la camicia biancoverde – una divisa identitaria che già allora segnava una distanza netta da quel Sud che, almeno nei suoi miti personali, pareva non appartenergli.
La malattia, la “notte delle scope” e l’allontanamento da una creatura diventata indomabile
La parabola umana e politica di Bossi si può idealmente dividere in due atti, separati dal 2005, l’anno in cui la malattia cominciò a fare capolino nella sua esistenza. Se la prima parte della sua carriera è stata caratterizzata da un’irruenza quasi travolgente – capace di interrompere in tv una disquisizione di Ciriaco De Mita sulle riforme istituzionali con quel famoso «ma taches al tram!» – gli ultimi quindici anni si sono rivelati invece un lungo calvario di amarezze e delusioni. La sua creatura, quella Lega fondata a Varese nel 1984 accanto alla moglie Manuela e ad altri tre pionieri, a un certo punto si è imbizzarrita, quasi come un cavallo che avverte l’allentarsi delle briglie. La sua parabola recente lo ha visto allontanato dal palco di Pontida – un luogo che lui stesso aveva consacrato – e relegato ai margini di un partito che, con la segreteria di Matteo Salvini, ha intrapreso una rotta politica profondamente diversa da quella delle origini federaliste.
Dai miti della tavola e delle canzoni alla litura con De Mita, l’eredità complessa di un “barbaro”
A raccontare l’uomo, più che il leader, restano aneddoti che i suoi estimatori, così come i detrattori, non mancheranno di ricordare. Diranno che fu il prototipo dei populisti, capace di mescolare una certa rozzezza – come quando si presentava da Berlusconi in canotta – a una furbizia quasi da *pater familias*. Di lui si racconta che, da giovane, uscisse di casa con la borsa da medico perché la prima moglie lo credeva laureato in Medicina, mentre in realtà trascorreva le giornate al bar. E poi c’è il versante dei riti, spesso liquidati come carnevalate: le rievocazioni celtiche, l’ampolla del dio Po portata in processione dal Monviso a Venezia, battute al limite del razzismo che hanno segnato un’epoca. Eppure, al di là della retorica identitaria, il suo lascito rimane legato a un’idea di autonomia che ha saputo intercettare umori profondi, anche quando i toni, come nella celebre lite con De Mita, sconfinavano nel grottesco.
L’omaggio di Salvini e il silenzio degli ultimi anni dopo il disarcionamento
Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, intervenuto a Radio Libertà, ha voluto rendere omaggio al fondatore del Carroccio riconoscendo pubblicamente il debito politico della sua generazione. «Tutti noi siamo qui grazie a una sua idea geniale, innovativa, rivoluzionaria, democratica e criticata», ha dichiarato Salvini, sottolineando quella che ha definito un’«eredità morale». Parole personali che giungono al termine di un lungo periodo di silenzi, durante il quale Bossi ha assistito al suo progressivo disarcionamento da quella stessa Lega che aveva fondato. Dopo la «notte delle scope» e la rottura politica, la sua seconda vita è scivolata via in un’ombra fatta di dolori fisici e di una distanza incolmabile con l’attuale dirigenza, un epilogo silenzioso per colui che, per decenni, aveva fatto del boato e della provocazione il proprio marchio di fabbrica.
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