L’ultimatum di Trump scade stanotte, il vuoto di potere a Qom e i soldati americani feriti in Kuwait
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Redazione Esteri
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Mentre l’orologio segna le ultime ore di tregua prima della scadenza fissata da Donald Trump – il quale, va ricordato, siede nuovamente alla Casa Bianca da oltre un anno – il teatro mediorientale trattiene il fiato di fronte a una serie di concause che potrebbero innescare un’escalation senza precedenti. L’ultimatum lanciato dal presidente americano, che è destinato a scadere nella notte (le 2 del mattino in Italia), prevede la cosiddetta “distruzione totale dell’Iran” qualora Teheran non dovesse riaprire il transito nello Stretto di Hormuz. In una recente conferenza stampa, Trump ha delineato i contorni operativi di questa minaccia, sostenendo che le forze armate statunitensi sarebbero in grado di “demolire tutti i ponti e mettere fuori uso tutte le centrali elettriche” del Paese in appena quattro ore, un avvertimento che ha spinto i vertici militari iraniani a rafforzare le catene umane attorno agli impianti sensibili. La tensione, già altissima per i raid che continuano a colpire le infrastrutture energetiche, è aggravata dal silenzio radio che proviene dai luoghi del potere religioso e politico della Repubblica Islamica.
Il giallo sulla salute della Guida Suprema
A complicare ulteriormente lo scenario, gettando ombre sulla capacità decisionale del regime proprio nel momento cruciale dell’ultimatum, è la notizia – riportata dal Times e ripresa dai media israeliani – riguardante le condizioni di salute di Mojtaba Khamenei, l’attuale Guida Suprema succeduta al padre Ali dopo l’attacco del 28 febbraio. Secondo una valutazione congiunta delle intelligence israelo-americana, trasmessa anche ai Paesi del Golfo, Khamenei sarebbe ricoverato in ospedale a Qom in stato di incoscienza, quindi “incapace di partecipare ad alcun processo decisionale”. Questa situazione di stallo ai vertici, se confermata, renderebbe vano qualsiasi tentativo di negoziazione “last minute” paventato dai mediatori internazionali; fonti diplomatiche citate dal Wall Street Journal hanno infatti definito “troppo ampio” il divario tra le parti per essere colmato prima della scadenza, alimentando la convinzione che gli ordini per i bombardamenti notturni siano già stati impartiti.
Esplosioni a Erbil e l’attacco ai militari Usa in Kuwait
Sul terreno, mentre a Teheran si rincorrono voci di boati e raid notturni che hanno preso di mira anche una sinagoga nella capitale, il conflitto mostra tutta la sua natura trasversale colpendo le basi della coalizione internazionale. Un giornalista dell’Afp ha riferito di due forti esplosioni avvertite nei pressi dell’aeroporto di Erbil, situato nel Kurdistan iracheno e noto per ospitare i consiglieri della coalizione anti-jihadista guidata dagli Stati Uniti. Nella stessa regione, le autorità locali hanno dovuto registrare l’uccisione di due civili – un uomo e sua moglie – colpiti da un “drone esplosivo” la cui traiettoria, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stata tracciata a partire da basi iraniane. Non lontano da lì, la situazione si è fatta critica anche in Kuwait, dove fonti militari hanno confermato che quindici soldati statunitensi sono rimasti feriti a seguito di un attacco missilistico o con droni. Le agenzie di stampa specificano che tra i feriti figurano alcuni piloti di caccia, a riprova della volontà di colpire l’efficienza operativa delle forze aeree schierate nella regione.
Il fronte dello Stretto e l’inerzia diplomatica
La questione centrale, quella dello Stretto di Hormuz, resta un nodo scorsoio. Teheran non ha infatti mostrato alcuna apertura formale al ripristino del transito regolare delle petroliere – a meno del pagamento di un pedaggio – e ha bollato come “inaccettabile” il piano in 15 punti presentato dagli Usa. I negoziatori, che avevano tentato di proporre una tregua di 45 giorni nella speranza di allentare la morsa, appaiono oggi pessimisti; le rispettive delegazioni, sebbene fisicamente presenti nei Paesi mediatori (Pakistan e Turchia in primis), sembrano agire come scatole vuote, prive di una direzione politica chiara a causa del vuoto lasciato dall’attuale Guida iraniana. La percezione degli analisti è che, senza un interlocutore cosciente a Qom o un cambio di rotta improvviso, il conteggio alla rovescia di Trump si concluderà con una nuova ondata di raid concentrati non solo sugli impianti nucleari, ma anche sulle reti elettriche e sui ponti, nel tentativo di paralizzare la vita civile del Paese.




