L’ombra di Qom e il silenzio di Khamenei: il vuoto di potere nel cuore dell’Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il regime degli ayatollah, stretto nella morsa di un conflitto che non accenna a placarsi e minacciato dall’ultimatum di Donald Trump, si troverebbe in queste ore a fare i conti con un vuoto di vertice tanto drammatico quanto, a giudicare dai fatti, meticolosamente occultato. Secondo un memorandum diplomatico redatto sulla base di valutazioni congiunte dei servizi di intelligence israeliani e statunitensi, e pubblicato dal quotidiano britannico “The Times”, Mojtaba Khamenei – succeduto al padre Ali, ucciso in un raid il 28 febbraio – non solo sarebbe ricoverato in gravi condizioni presso un ospedale della città santa di Qom, ma verserebbe in uno stato di incoscienza tale da renderlo di fatto “incapace di partecipare ad alcun processo decisionale del regime”. Questa diagnosi, che i media israeliani hanno prontamente rilanciato, getta una luce sinistra sulla gestione quotidiana della guerra: se la Guida Suprema è priva di sensi, chi sta realmente orchestrando la risposta di Teheran agli attacchi e alle pressioni diplomatiche?

Il rapporto segreto che agita il Golfo

La notizia, filtrata in un momento di massima tensione proprio mentre l’amministrazione Trump attendeva il via libera o il rifiuto di una tregua, ha assunto immediatamente i contorni di una bomba d’orologeria, sebbene nessuna delle cancellerie coinvolte abbia ancora ufficialmente confermato il dossier. Il documento, che secondo le fonti sarebbe stato trasmesso anche agli alleati del Golfo, rappresenta la prima ammissione pubblica da parte dell’intelligence occidentale riguardo alla posizione e alle condizioni fisiche del nuovo leader, il quale, dalla nomina avvenuta a fine febbraio, non ha mai tenuto un discorso pubblico né si è mostrato in video se non attraverso rappresentazioni di dubbia autenticità. L’assenza di Khamenei jr. dalla scena pubblica era già stata notata dagli analisti, che avevano ipotizzato un ferimento durante l’attacco in cui perse la vita il padre, ma la rivelazione dell’incoscienza rappresenta un salto di qualità nella percezione della fragilità del sistema. A Qom, cuore pulsante del clero sciita, si troverebbero non solo le spoglie del padre – in attesa di una sepoltura che la guerra ha finora impedito – ma anche il figlio, tenuto in vita da presidi medici mentre il paese sprofonda in una crisi di governo senza precedenti.

L’ora X e le macerie della diplomazia

In parallelo al dramma sanitario che avvolge la leadership iraniana, il tavolo della diplomazia continua a scricchiolare sotto il peso di minacce reciproche e proposte rifiutate. L’ora X fissata da Trump – le 20 di New York – è arrivata e passata tra le macerie di un negoziato che sembra arenato sulle secche della sfiducia, con l’Iran che ha respinto al mittente sia la proposta di tregua di quaranta-cinque giorni mediata dal Pakistan, sia il più articolato piano in quindici punti presentato dagli Stati Uniti. Teheran, invece di accettare un cessate il fuolo temporaneo, avrebbe controbattuto chiedendo la fine definitiva delle ostilità, una richiesta che Washington ha giudicato irricevibile. Se a ciò si aggiunge l’incapacità materiale di Khamenei di esercitare la sua autorità – un ruolo che secondo la costituzione iraniana gli attribuisce il comando supremo delle forze armate e la supervisione della magistratura – il quadro che emerge è quello di un paese decapitato, dove il potere reale potrebbe essere finito nelle mani dei comandanti del delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).

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