Khamenei parla da Qom, ma il potere in Iran si frammenta tra clero e pasdaran
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Redazione Esteri
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Il messaggio è arrivato come un lampo nella notte televisiva iraniana, letto da un portavoce e non dalla voce rotta dell’uomo che, sulla carta, dovrebbe incarnare l’autorità divina e politica della Repubblica Islamica. Mojtaba Khamenei, la nuova guida suprema subentrata al padre Ali dopo l’uccisione di quest’ultimo all’inizio del conflitto, ha voluto spezzare un silenzio che durava ormai da settimane, affermando che l’Iran “non cerca la guerra” ma che, allo stesso tempo, “non rinuncerà ai suoi diritti”. Una dichiarazione, questa, letta dalla tv di Stato in coincidenza con i quaranta giorni dalla morte del vecchio ayatollah – il 28 febbraio, primo giorno della guerra – e che ha subito sollevato più domande di quante ne abbia placate.
Un leader assente e un potere diffuso
La circostanza più rilevante, che emerge dai fatti riportati senza bisogno di speculazioni, è che Khamenei non si è mostrato in pubblico nemmeno stavolta. Ricoverato a Qom, secondo le informazioni disponibili non sarebbe in grado di governare direttamente, e la sua stessa fisionomia – stando a una rivelazione del capo del Pentagono, Pete Hegseth – sarebbe stata segnata da ferite tanto gravi da risultare “sfigurante”. Chi guida dunque il paese, in questa fase che molti definiscono la più delicata della crisi? Non c’è un nome solo, a giudicare dal quadro delineato dagli stessi media iraniani: il potere appare ormai ripartito in seno a un apparato composito, dove convivono – e talvolta competono – la gerarchia clericale, i vertici militari dei pasdaran e una struttura civile di amministrazione. Se ne ricava l’immagine di un regime che, più che obbedire a un uomo, si regge su un comitato di centri decisionali.
La guerra come acceleratore dell’ala dura
Il conflitto in corso, con le sue devastanti ripercussioni sulle infrastrutture industriali iraniane (danni estesi, ha confermato Hegseth), non ha indebolito l’intransigenza del sistema: l’ha piuttosto rafforzata. L’ala dura del regime, quella che storicamente ha sempre visto nei pasdaran non solo uno strumento militare ma un partito trasversale di potere, è uscita rinforzata dalle ultime settimane. A dirlo è l’evidenza stessa delle tattiche e delle strategie sul campo, che vedono i Guardiani della Rivoluzione al centro di ogni movimento. Non ci sono annunci di restrizioni al programma di arricchimento dell’uranio, né alcuna concessione sul punto: la difesa dei “diritti nazionali” diventa, in questo lessico, la formula che racchiude la volontà di proseguire senza cedimenti.
Il messaggio dei “quaranta giorni” e i vincitori annunciati
Nel suo intervento scritto, Khamenei ha voluto rivolgersi direttamente al popolo: “La vostra presenza sul campo deve continuare come è continuata negli ultimi quaranta giorni. Voi siete i veri vincitori sul campo”. Un’affermazione, quest’ultima (“finora noi siamo i veri vincitori”), che sembra voler blindare il consenso interno più che descrivere un oggettivo stato dell’arte bellico. L’assenza di qualsiasi riferimento a negoziati sostanziali con gli Stati Uniti o Israele, se non per ribadire che “non abbiamo cercato la guerra e non la vogliamo”, lascia intendere una linea di resistenza statica. E mentre a Washington Hegseth e il generale Dan Caine parlano di una “possibilità di vera pace” dopo il cessate il fuoco di due settimane, in Iran la realtà resta quella di un vertice malato, un apparato in armi e una popolazione chiamata a fare da scudo a un’intransigenza che non arretra di un millimetro.




