Confindustria: se la guerra in Iran si prolunga, rischio crisi energetica sistemica

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il primo giorno di audizioni parlamentari sul Documento di finanza pubblica – quelle che si svolgono presso le commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato, con le risoluzioni attese in Aula a Montecitorio per il 30 aprile – ha visto emergere un allarme preciso e circostanziato. A lanciarlo, nel corso della sua deposizione, è stato Alessandro Fontana, direttore del Centro studi di Confindustria, il quale ha provato a quantificare l’impatto di un conflitto – quello in Iran – che molti osservatori, forse troppo frettolosamente, continuano a considerare come circoscritto o comunque temporaneo. Per Fontana, invece, la variabile decisiva è la durata: se la guerra si concludesse domani, le conseguenze sull’economia italiana sarebbero contenute, tra lo 0,1 e lo 0,3 punti percentuali di Pil in meno. Ma se il conflitto si trascinasse fino alla fine dell’anno, allora il quadro cambierebbe radicalmente.

Uno scenario a due velocità e il timore di una crisi senza precedenti

Lo stesso Fontana ha delineato uno scenario a due velocità, senza lasciare spazio a interpretazioni ambigue. «Se finisse oggi – ha spiegato durante l’audizione sul Dfp – l’impatto varrebbe 0,1-0,3 punti percentuali di mancata crescita. Ma con una guerra lunga, che arrivi a fine anno, potremmo trovarci nella più grave crisi energetica della storia». Una previsione, quest’ultima, che non riguarderebbe soltanto il costo del petrolio o del gas, ma che avrebbe impatti sistemici destinati a coinvolgere ogni sfera della società. E proprio per questo, il direttore del Centro studi ha parlato apertamente di “crisi sistemica”, sottolineando come l’energia rappresenti oggi la principale vulnerabilità del sistema produttivo italiano.

Le proposte di Confindustria e la richiesta di una strategia strutturata

Nel corso della stessa audizione – che ha visto alternarsi anche gli interventi di sindacati ed enti locali, pur senza raggiungere la stessa intensità dell’allarme lanciato dagli industriali – Fontana ha presentato un pacchetto di proposte. Non si è trattato, va detto, di semplici dichiarazioni di principio: l’obiettivo dichiarato era ridurre l’impatto di questa crisi energetica, ma anche di quelle future, preparando il terreno a una strategia più strutturata. Tra le richieste, è emersa con forza la necessità di uno scostamento di bilancio per aiutare le imprese, un passaggio che il direttore ha definito non più rinviabile, considerata l’esposizione dell’Italia alle fluttuazioni dei mercati internazionali delle materie prime.

Un documento di finanza pubblica sotto stress

La cornice di queste dichiarazioni è il Documento di finanza pubblica, il cui vaglio da parte degli industriali ha offerto un termometro piuttosto affidabile dello stato di salute del sistema. E il termometro, in questo caso, segna febbre alta. La guerra in Iran – che molti continuano a trattare come un fatto distante, quasi astratto – rischia di trasformarsi, secondo Confindustria, in un moltiplicatore di fragilità interne. Senza interventi tempestivi, senza una strategia capace di guardare oltre l’emergenza immediata, il rischio concreto è quello di assistere a una crisi energetica prolungata, dalla quale nessun settore – dall’industria manifatturiera ai servizi, passando per i trasporti – potrebbe dirsi immune.

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