Guerra in Iran, Confindustria rivede le stime: stagnazione o recessione se il conflitto si prolunga

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La variabile bellica in Medio Oriente, quella che vede contrapposti Iran, Stati Uniti e Israele in uno scenario di crescente tensione, si è trasformata nella principale incognita per le prospettive dell’economia italiana. Il Centro Studi di Confindustria ha presentato oggi un rapporto di previsione che, partendo da una fotografia già compromessa dalle turbolenze internazionali, traccia tre possibili traiettorie per il prodotto interno lordo, legate indissolubilmente alla durata delle ostilità. Nel caso più ottimistico, quello che ipotizza una conclusione del conflitto entro la fine del mese di marzo, il Pil 2026 si attesterebbe a un +0,5%, un dato comunque rivisto al ribasso rispetto alla stima di ottobre 2025, che indicava un +0,7%. Un rincaro dei prezzi di petrolio e gas, considerati congiuntamente, è in questo scenario ipotizzato pari al +12% rispetto all’anno precedente, alimentando un’inflazione media al +2,5%.

Diversa, e di ben altro impatto, la simulazione che gli economisti di viale dell’Astronomia hanno elaborato per un’escalation di medio periodo. Se la guerra dovesse protrarsi fino all’estate, ipotesi che estenderebbe il conflitto per circa quattro mesi, l’Italia entrerebbe in una fase di sostanziale stagnazione: la crescita azzerata, un Pil fermo allo 0,0%, consumi quasi bloccati e investimenti in calo dello 0,1%. In questo frangente, il rincaro delle materie prime energetiche salirebbe al +60%, con un’inflazione che schizzerebbe al 4,3% e un conseguente effetto domino su export (-0,7%) e occupazione. Ma è il terzo scenario, quello più fosco, a delineare un vero e proprio scenario recessivo: se il conflitto si trascinerà fino a dicembre, il Pil italiano è previsto in caduta libera fino al -0,7%. Un simile prolungamento porterebbe con sé un’impennata dei prezzi energetici pari al +133% rispetto al 2025, un’inflazione al 5,9% e una contrazione diffusa degli investimenti (-0,8%) e delle esportazioni (-1,6%).

Dentro questo quadro, che il rapporto descrive come uno “tsunami” di guerra e dazi capace di sommergere l’economia reale, si inserisce l’analisi degli oneri a carico del sistema produttivo. Nell’ipotesi di un conflitto esteso fino all’estate, con un prezzo del gas oltre i 60 euro a megawattora e il petrolio sopra i 110 dollari al barile, le imprese manifatturiere italiane si troverebbero a sostenere costi aggiuntivi per circa 7 miliardi di euro in bolletta. La prospettiva di una guerra decennale, invece, con il gas a 100 euro e il petrolio a 140 dollari, farebbe schizzare questo esborso supplementare a 21 miliardi, con un’incidenza dei costi energetici sui bilanci aziendali che passerebbe dal 4,9% al 7,6%. Un peso, quest’ultimo, destinato a ricadere inevitabilmente sulla capacità di investimento e sulla competitività internazionale delle aziende, già messe a dura prova dalla precedente crisi dei prezzi.

L’appello alla politica: “responsabilità condivisa” e misure europee urgenti

Di fronte a queste proiezioni, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha lanciato un appello diretto alle forze di maggioranza e opposizione, sottolineando la necessità di una “responsabilità politica condivisa in Italia come in Europa”. L’urgenza, secondo la confederazione, è quella di predisporre misure strutturali per fronteggiare le ricadute di un eventuale protrarsi del conflitto, con un’attenzione particolare alla possibilità di emettere Eurobond e di accelerare la realizzazione di un mercato unico europeo dell’energia, modelli già sperimentati durante la pandemia. Il riferimento alla rapidità d’azione è stato più volte ribadito: “Oggi l’Europa deve fare presto”, ha dichiarato Orsini, evidenziando come l’attuale livello di incertezza, superiore persino a quello registrato durante la crisi sanitaria, richieda strumenti eccezionali per sostenere l’industria e le famiglie.

Sulla stessa lunghezza d’onda, anche il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha chiesto un “supplemento di responsabilità” da parte di tutte le forze politiche. Le prospettive drammatiche legate alla guerra e le persistenti incertezze sugli approvvigionamenti energetici, ha spiegato, impongono di agire per ridimensionare gli impatti sulla propensione al consumo delle famiglie e sulla capacità di investimento delle imprese. Un appello, questo, che si fa eco di un’analisi condivisa: la tensione geopolitica e il conseguente caro-energia rischiano di annullare i fragili segnali di ripresa, colpendo in particolare quei settori, come il commercio e il turismo, già duramente provati dalle fluttuazioni dei costi fissi.

Uno scenario globale di incertezza tra dazi e politica monetaria

A complicare ulteriormente il quadro macroeconomico non è soltanto il conflitto in Medio Oriente, ma l’interazione di questo con altri fattori di pressione internazionale. Il rapporto del Centro Studi mette in guardia dagli effetti negativi dei dazi imposti dagli Stati Uniti, che hanno già mostrato il loro impatto nella seconda parte del 2025 su comparti chiave come l’alimentare, i metalli e l’elettronica. Se la struttura tariffaria dovesse rimanere invariata, le perdite per l’export italiano potrebbero superare i 16 miliardi di euro nel medio periodo. A questo si aggiunge il rischio di una politica monetaria restrittiva: Confindustria ipotizza un possibile rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea, che in uno scenario di conflitto prolungato potrebbe arrivare fino a 2 punti percentuali, annullando di fatto qualsiasi stimolo alla domanda interna.

Emerge infine, dal lavoro degli economisti, una considerazione sulla resilienza del sistema Italia, legata in questi ultimi anni a una relativa stabilità politica. Il rispetto dei parametri di bilancio e l’implementazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si legge nel rapporto, hanno consentito al Paese di mantenere una percezione positiva sui mercati finanziari, contribuendo al calo del rendimento dei titoli pubblici. Un capitale di fiducia, questo, che il protrarsi dell’emergenza bellica rischia di erodere rapidamente, acuendo la vulnerabilità di un’economia fortemente dipendente dalle importazioni energetiche e dalla fluidità degli scambi commerciali globali.

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