Confindustria: “se la guerra si prolunga, rischiamo la più grave crisi energetica della storia”

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Sessanta giorni sono bastati per bruciare 1,2 miliardi di euro in più solo di carburante, un dato – elaborato da Facile.it – che trasforma ogni rifornimento in una sorta di spia della febbre geopolitica mondiale. E se questo è l’impatto immediato percepito dagli automobilisti alle pompe, il quadro tracciato dal centro studi di Confindustria, con il direttore Alessandro Fontana in audizione parlamentare, allarga drammaticamente lo sguardo oltre il contachilometri. L’avvertimento, chiaro e circostanziato, non lascia spazio a facili ottimismi: l’escalation in Iran, dove lo stretto di Hormuz resta collo di bottiglia per una fetta consistente del petrolio mondiale, rischia di scaraventare il sistema-Paese in una fase recessiva se le ostilità dovessero trascinarsi ancora per qualche mese.

L’analisi: bollette e mutui nel mirino

Non si tratta solo del costo del pieno, beninteso. L’energia elettrica e il riscaldamento delle case hanno subito la stessa sorte, così come i mutui a tasso variabile che, complice un Euribor in risalita, iniziano a pesare sui bilanci familiari. Guardando al solo capitolo energetico, tra bollette e rifornimenti, il conto extra per gli italiani ha già superato quota 1,7 miliardi complessivi, conteggiando anche l’effetto del credito al consumo. L’istituto di analisi, nelle sue simulazioni, ha evidenziato come una famiglia tipo, per le utenze di marzo e aprile, abbia speso mediamente 36 euro in più per il gas e un 5% in più per la luce, una stangata silenziosa che si somma al caro vita.

Italia nella morsa dello Stretto

La vulnerabilità nazionale, lo ha ricordato Alessandro Fontana nella sua relazione, risiede in larga parte nella conformazione geografica e nella dipendenza storica da approvvigionamenti esterni. Attraverso quello stesso stretto, teatro delle tensioni, passa circa un quinto del greggio destinato alle economie occidentali; un blocco, anche solo parziale, renderebbe l’autonomia strategica una chimera, con riserve che garantirebbero al massimo una decina di mesi. Questa fragilità strutturale, come sottolineato dagli industriali, richiederebbe una reazione non più rinviabile: se la guerra finisse oggi, si conteggerebbe un ammanco di crescita tra lo 0,1 e lo 0,3 per cento; se invece si protraesse fino all’estate, le stime parlano di stagnazione, mentre un prolungamento fino al termine del 2026 farebbe precipitare l’economia italiana in “una delle più gravi crisi energetiche della storia”.

La corsa contro il tempo per il governo

Di fronte a questo scenario, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si trova a gestire una pressione crescente che arriva direttamente dal sistema produttivo. Il governo, già da marzo, ha stanziato circa un miliardo per tagliare le accise, una toppa tampone che però, da sola, non può arginare la marea. Per questo Confindustria chiede uno scostamento di bilancio specifico, modellato sull’emergenza, per finanziare aiuti diretti alle imprese energivore e prorogare le misure sul gasolio per l’autotrasporto, senza le quali molte aziende rischiano di trovarsi, di fatto, bloccate. Sul tavolo, con Antonio Tajani che ha raccolto l’appello, c’è anche l’ipotesi di ottenere da Bruxelles la stessa flessibilità concessa per le spese militari, un’estensione del margine di manovra al capitolo energia che varrebbe quasi 35 miliardi di risorse potenziali.

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