Un destino tragico e i silenzi di una giustizia incompiuta: il nonno del bimbo travolto a Santo Stefano di Cadore si sfoga
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Redazione Interno
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La sua voce, che arriva dall'altra parte del telefono, è un fiume in piena di ricordi e di un dolore che non ha trovato pace. Luigi Antoniello, nonno del piccolo Mattia, parla dopo aver appreso della notizia che ha dell'incredibile: Angelika Hutter, la donna tedesca che nell'estate del 2023 a Santo Stefano di Cadore al volante di un’Audi travolse e uccise suo nipote di due anni, suo figlio Marco di 47 e Mariagrazia Zuin, nonna materna del bambino, è ora in condizioni gravissime dopo essere stata investita da un’auto a Ronco all’Adige. Un epilogo, quello della designer trentaquattrenne, che per molti evoca leggi arcane e remote, ma che per chi ha perso tutto resta un capitolo doloroso di una storia giudiziaria ancora tutta da scrivere. L’uomo, nel raccontare il proprio sentire, mostra una pietà sorprendente, quasi disarmante, che però viene immediatamente sopraffatta dalla rabbia per un sistema che, a suo dire, ha fallito nel suo compito primario: garantire la sicurezza e una pena certa.
La rabbia per una vigilanza mancata
"Spero che si riprenda presto", ha dichiarato al Corriere della Sera Antoniello, riferendosi alle condizioni della Hutter, la quale, dopo essere stata rimessa in libertà nel marzo del 2024, era ospite di una struttura nella Bassa Veronese. Una speranza, la sua, che però si spegne subito per lasciare spazio a un sentimento più aspro e profondamente umano. "Provo rabbia e dolore", ha aggiunto, spiegando che l'ira non è diretta verso la donna stessa, bensì verso "chi doveva sorvegliarla". Il riferimento è chiaro e va a colpire quelle procedure che hanno portato la donna a potersi allontanare dalla casa-famiglia "Don Girelli", per finire poi, pochi minuti dopo, sulla provinciale 19 dove un’automobilista di 77 anni l’ha investita. Un vuoto di responsabilità, questo, che per i familiari delle vittime rappresenta l'ennesima, insopportabile ferita in un percorso già lastricato di sofferenza.
Il peso di un processo ancora in attesa
La vicenda giudiziaria principale, del resto, è ben lontana da una sua definizione. Il processo per l’incidente di Santo Stefano di Cadore, che costò la vita a tre persone di una stessa famiglia, è infatti ancora in fase istruttoria e non ha quindi stabilito colpe né comminato condanne. La Hutter era accusata di omicidio stradale plurimo, un reato gravissimo, ma la sua posizione giuridica doveva ancora essere valutata nel merito da un giudice. Questo limbo procedurale, unito alla recente e tragica disgrazia che l’ha colpita, aggiunge un ulteriore strato di complessità a una vicenda già di per sé intricata, lasciando i parenti delle vittime in un'attesa snervante e priva di quel riscatto che solo una sentenza definitiva potrebbe, almeno in parte, offrire. La loro sofferenza, d'altronde, non attende i tempi della legge.
Il cerchio che non si chiude
C'è un amaro paradosso nel vedere la presunta autrice di un fatto così efferato diventare a sua volta vittima della strada, in una spirale di violenza che sembra non concedere tregua a nessuno. Un paradosso che, però, non cancella il vuoto lasciato da Mattia, da Marco e da Mariagrazia, né placa la legittima esigenza di giustizia dei loro cari. Le parole di Luigi Antoniello, cariche di un pathos genuino e lontano da qualsiasi retorica, raccontano proprio questo: la difficoltà di elaborare un lutto quando questo viene continuamente riattualizzato da nuovi, sconcertanti eventi e da una macchina della giustizia percepita come lenta e, in questo caso, poco attenta. La tragedia di Ronco all’Adige, mentre la Hutter lotta tra la vita e la morte, non chiude dunque alcun cerchio, ma riapre piaghe mai sanate e solleva interrogativi urgenti su quel sistema di misure cautelari e di assistenza che avrebbe dovuto, nelle intenzioni del legislatore, conciliare i diritti dell’indagato con la sicurezza collettiva.




