Il dolore di padre Elias: "Pierre, martire della fede, ucciso mentre aiutava la gente"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il vice parroco di Rmeish, villaggio cristiano del Libano del Sud a pochi chilometri dal confine con Israele, fatica a trattenere l'emozione quando, finalmente, riesce a stabilire un contatto con i media vaticani per raccontare quei momenti di dolore e di paura che stanno segnando la sua comunità e l'intera regione. Padre Tony Elias, questo il suo nome, porge il primo pensiero a padre Pierre El Raii, il sacerdote maronita di Qlayaa rimasto ucciso lunedì, due giorni fa, nel corso di un bombardamento delle forze israeliane e del quale proprio oggi, nella sua parrocchia, si sono svolti i solenni funerali. Lo conosceva bene, padre Pierre: entrambi armeni, entrambi pastori in terre dove la presenza cristiana resiste nonostante tutto, e poi perché tra Rmeish e Qlayaa, distanti poco più di quaranta chilometri, le occasioni per incontrarsi non mancavano mai, quando la guerra non aveva ancora imposto i suoi drammatici confini. "Era un nostro carissimo confratello, un uomo coraggioso", confida padre Elias, e la sua voce tradisce una sofferenza autentica, profonda, che non concede spazio a retorica: "La sua morte ci addolora immensamente, perché per noi è un martire della fede, avendo perso la vita mentre, senza esitazione, stava correndo a portare soccorso a quella gente che i missili avevano appena colpito". E aggiunge, con un velo di amarezza, che nonostante quella distanza, oggettivamente non proibitiva, né lui né i suoi parrocchiani hanno potuto partecipare alle esequie, bloccati dalla paura e dalla logica spietata di un conflitto che non guarda in faccia nessuno.
La scelta di rimanere, tra macerie e solidarietà inaspettate
Mentre il sud del Libano continua a essere martoriato dalle ostilità, con l'esercito israeliano che ha intensificato le operazioni militari volte, stando alle dichiarazioni ufficiali, a neutralizzare ciò che resta delle postazioni di Hezbollah dopo i lanci di razzi verso il territorio israeliano, le comunità cristiane della zona vivono ore di angoscia e di profonda incertezza. Già nei giorni scorsi, del resto, l'altoparlante in lingua araba dell'esercito israeliano, Avichay Adraee, aveva diffuso un vero e proprio ordine di evacuazione rivolto agli abitanti dei villaggi proprio come Rmeish, Dibel o Ain Ebel, un avviso che nella notte aveva fatto suonare le campane di alcune chiese per mettere in guardia la popolazione. Eppure, la decisione della gente, sorprendentemente compatta, è stata quella di non muoversi, di restare ancorata alle proprie case e alle proprie terre, quasi che abbandonarle adesso significasse perdere per sempre un'identità costruita con fatica nei secoli. "Noi non abbiamo armi, non abbiamo missili, non rappresentiamo un pericolo per nessuno", aveva spiegato proprio padre Elias in quei frangenti, motivando una scelta che ai più potrebbe apparire incosciente ma che, in realtà, affonda le radici nella consapevolezza della propria inermità e nella fiducia in una protezione che non è di questo mondo. E così, a Rmeish, la vita continua nonostante tutto, tra mille difficoltà: ci sono attualmente 1.350 famiglie cristiane, alle quali si aggiungono altre cento famiglie, sia cristiane che sciite, giunte da villaggi vicini, e poi duecentocinquanta famiglie siriane che in precedenza avevano trovato rifugio altrove e che ora vengono generosamente ospitate, in un intreccio di solidarietà umana che, almeno in questo angolo di mondo, sembra voler disegnare una geografia diversa da quella degli schieramenti e delle fazioni.
Il racconto di padre Bou Merhi e la dinamica dell'attacco
A fornire ulteriori dettagli sulla drammatica dinamica che ha portato alla morte di padre Pierre El Raii è stato padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco dei latini nelle comunità di Tiro e Deirmimas, il quale, ancora scosso, ha raggiunto telefonicamente i giornalisti della sala stampa vaticana per condividere la sua testimonianza. Era circa l'una del pomeriggio, le due a Beirut, quando la notizia ha cominciato a diffondersi, gettando nello sconforto intere comunità: un primo attacco israeliano aveva centrato in pieno un'abitazione nei pressi della chiesa, nella zona montuosa di Qlayaa, ferendo uno dei parrocchiani. Padre Pierre, senza pensarci due volte, si era precipitato sul posto insieme a una decina di giovani per prestare i primi soccorsi a quell'uomo, dimostrando ancora una volta quella dedizione al prossimo che ne aveva contraddistinto l'intero ministero sacerdotale. Ma mentre lui e gli altri erano lì, intenti a cercare di portare via le macerie e a soccorrere il ferito, un secondo ordigno, un altro bombardamento, è caduto sulla stessa casa, colpendo in pieno il sacerdote e ferendolo gravemente. Trasportato d'urgenza in un ospedale locale, padre Pierre vi è giunto in condizioni disperate, morendo di fatto sulla soglia di quella struttura sanitaria che avrebbe potuto salvargli la vita; aveva solo cinquant'anni. "Fino a ieri la gente non voleva lasciare le proprie case nei villaggi cristiani", riflette amaramente padre Bou Merhi, "ma ora, con questa morte, tutto è cambiato, e non so per quanto tempo ancora potranno resistere, perché lasciare la propria casa significa andare a vivere per strada o cercare una sistemazione in affitto, ma la gente non può permetterselo, data la già grave situazione economica del Paese".
La voce del Papa e il dramma dei profughi
Dal Vaticano, intanto, la voce di Papa Leone XIV, al termine dell'udienza generale in piazza San Pietro, si è levata potente per ricordare la figura di questo pastore ucciso e per esprimere la sua vicinanza a tutto il popolo libanese, stretto nella morsa di un conflitto che sembra non voler trovare pace. Il Pontefice, soffermandosi sul significato del cognome del sacerdote, ha voluto sottolineare come "in arabo El Raii significa pastore", e come "padre Pierre sia stato un vero pastore, rimasto sempre accanto al suo popolo con l'amore e il sacrificio di Gesù, Buon Pastore", perché "non appena ha saputo che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli". E ha concluso con l'auspicio che "il Signore voglia che il suo sangue sparso sia seme di pace per l'amato Libano". Il pensiero del Santo Padre è andato anche a tutte le vittime civili di questa escalation, "tra cui molti bambini innocenti", e alla preghiera come conforto per chi soffre, mentre la situazione umanitaria, specie nel sud del Paese e nella periferia sud di Beirut, diventa di ora in ora sempre più tragica: si contano ormai centinaia di migliaia di sfollati, persone che hanno abbandonato le loro abitazioni e che vagano senza una meta, dormendo in auto o per strada, in un Paese che, già provato da una crisi economica senza precedenti, non era certo preparato ad accogliere un quarto della propria popolazione in fuga dalla guerra. Nello stesso convento di padre Bou Merhi a Tiro, giusto per fare un esempio, hanno trovato rifugio duecento sfollati, tutti musulmani, a testimonianza di come la sofferenza, in questa terra, finisca per accomunare persone di fedi diverse, al di là di ogni bandiera o appartenenza.




