La morte di padre Pierre El-Rahi nel sud del Libano e il dolore del Papa per le vittime dei bombardamenti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il fragore delle esplosioni, nella tarda mattinata di lunedì 9 marzo, ha squarciato il silenzio delle colline intorno a Qlayaa, villaggio cristiano del Libano meridionale a pochi chilometri dal confine con Israele, e quando il primo attacco ha centrato un’abitazione nella zona della parrocchia, ferendo un parrocchiano, padre Pierre El-Rahi non ci ha pensato due volte: è accorso con alcuni giovani del luogo per prestare i primi soccorsi, ma un secondo ordigno, forse un colpo d’artiglieria proveniente da un carro armato Merkava come hanno riferito fonti locali all’agenzia di stampa nazionale, è caduto sulla stessa casa, investendo in pieno il sacerdote e altre quattro persone che nel frattempo si erano adoperate per mettere in salvo i feriti. Trasportato d’urgenza all’ospedale di Marjayoun, il religioso, che di anni ne aveva cinquanta ed era noto per il suo instancabile impegno pastorale e sociale al fianco degli abitanti della regione, è spirato quasi sulla soglia del pronto soccorso, lasciando una comunità intera nello sgomento e nella paura più profondi.

La dinamica dell’attacco e il ritratto di un uomo rimasto fedele alla sua terra

Secondo la ricostruzione offerta ai media vaticani da padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco dei latini a Tiro, la prima esplosione aveva colpito un'abitazione privata, ferendo uno dei residenti, e fu a quel punto che padre Pierre, cappellano regionale di Caritas Libano, si precipitò sul posto assieme ad altre decine di giovani per cercare di aiutare il parrocchiano. Fu in quel frangente, mentre la piccola folla era radunata per prestare assistenza, che un secondo bombardamento, probabilmente un tiro aggiustato, colpì nuovamente il medesimo edificio, e l’onda d’urto e le schegge non risparmiarono nessuno. Padre Pierre, ha spiegato il confratello, era considerato da tutti il vero sostegno dei cristiani in quella zona, un parroco generoso e sempre disponibile che, nonostante i ripetuti ordini di evacuazione rivolti dall’esercito israeliano ai villaggi di confine per via delle ostilità in corso con Hezbollah, aveva scelto di rimanere saldo accanto ai suoi fedeli, condividendo con loro ansie, paure e la quotidiana lotta per mantenere viva una presenza cristiana antica quanto quelle terre. Proprio nei giorni precedenti, padre Pierre aveva partecipato a un raduno davanti a una chiesa di Marjeyoun, ribadendo con forza la volontà della comunità di non abbandonare le proprie case, dichiarando pubblicamente che loro non portavano armi, ma solo la volontà pacifica di proteggere ciò che era sempre stato loro.

La reazione immediata della Santa Sede e la preghiera di Leone XIV per gli innocenti

Dalla Sala Stampa della Santa Sede è giunta nella serata di lunedì la voce di papa Leone XIV, il quale ha voluto esprimere il suo profondo dolore per tutte le vittime dei bombardamenti che in quei giorni insanguinano il Medio Oriente, ricordando in particolare i tanti innocenti, tra cui numerosi bambini, e quanti, come padre Pierre El-Rahi, hanno perso la vita mentre cercavano di portare soccorso al prossimo. Il Pontefice, si legge nella nota diffusa anche attraverso i canali ufficiali, segue con viva preoccupazione l’evolversi della situazione e innalza preghiere incessanti perché cessi al più presto ogni forma di ostilità e tacciano le armi, affinché si possa aprire uno spazio per il dialogo e si ascolti finalmente la voce delle popolazioni provate da anni di conflitti e instabilità. Il messaggio papale, asciutto ma carico di partecipazione, ha fatto immediatamente il giro del mondo, raccogliendo l’eco di una tragedia che colpisce non solo la comunità libanese ma l’intera coscienza internazionale, già scossa da una nuova e preoccupante escalation bellica.

Il dramma dei villaggi cristiani e la richiesta di aiuto del governo libanese

Sullo sfondo di questo ennesimo episodio di violenza, che ha visto un sacerdote pagare con la vita la sua scelta di prossimità, si staglia la crisi umanitaria che attanaglia il sud del Libano, dove interi villaggi cristiani come Qlayaa, Rmeish o Ein Ebel resistono agli ordini di sfollamento e ai bombardamenti incessanti, nel timore che un eventuale esodo si trasformi in una perdita definitiva e irreversibile della loro presenza storica in quelle aree. Il timore di una vera e propria pulizia demografica, del resto, non è infondato, e lo stesso ministro degli Affari Esteri libanese, Youssef Raggi, ha avuto un colloquio telefonico con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, per chiedere ufficialmente l’intervento e la mediazione della Santa Sede affinché si attivi per preservare la presenza cristiana proprio in quei villaggi di confine, i cui abitanti, come ha sottolineato il ministro, hanno sempre sostenuto lo Stato libanese e le sue istituzioni senza mai venir meno a questo impegno. Monsignor Gallagher, nel corso della conversazione, ha assicurato che la Santa Sede sta già intrattenendo tutti i contatti diplomatici necessari per fermare l’escalation e impedire lo sfollamento forzato dei cittadini dalle loro terre, mentre il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha ribadito che, sebbene la Chiesa non abbia strumenti coercitivi, continua a insistere sui principi fondamentali che devono reggere la convivenza civile, parlando con tutti gli attori in campo e denunciando come la guerra, l’odio e la destabilizzazione non favoriscano certo la permanenza dei cristiani in Terra Santa.

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