Il nunzio Borgia nei villaggi del sud del Libano tra le bombe e la morte di padre Pierre Rai
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Redazione Esteri
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La visita dell’arcivescovo Paolo Borgia, nunzio apostolico in Libano, nei villaggi cristiani del sud del Paese si è svolta in un clima di commozione e di pericolo concreto, a pochi giorni dalla morte del sacerdote maronita Pierre Rai, ucciso dal fuoco dell’artiglieria israeliana proprio mentre, con altri, prestava soccorso ai feriti di un precedente bombardamento. Monsignor Borgia, che guida la rappresentanza diplomatica della Santa Sede a Beirut dal settembre del 2022, ha voluto portare di persona la vicinanza di Papa Leone XIV alle comunità locali, duramente provate dalle ostilità in corso, e la sua missione, organizzata nel giorno in cui Israele ha respinto l’ennesima proposta di cessate il fuoco avanzata dal Libano, ha toccato diverse località dei distretti di Marjayoun e Hasbaya, tra cui Deir Mimas, Qlayaa, Jdeidet Marjayoun, Ebel Saqi, Rashaya al-Fokhar e Kawkaba. Durante la sosta a Deir Mimas, mentre il nunzio incontrava i fedeli, tre bombe sono esplose in prossimità dell’abitato, un evento che ha drammaticamente ricordato a tutti, e allo stesso rappresentante pontificio, la precarietà e l’assedio in cui versano quelle popolazioni.
La figura di padre Pierre Rai, parroco di Qlayaa, è diventata il simbolo della determinazione dei cristiani del sud a non abbandonare le loro terre, una determinazione che il sacerdote aveva ribadito con forza fino a poche ore prima di morire, in una conversazione telefonica durante una trasmissione televisiva, spiegando come i loro antenati avessero pagato con il sangue per preservare quei luoghi. La sua scomparsa, avvenuta quando un proiettile di carro armato Merkava ha colpito una casa nel villaggio sospettato di ospitare miliziani di Hezbollah, ha scosso profondamente l’opinione pubblica e ha spinto il Vaticano a un gesto tangibile di solidarietà. Non a caso, nel suo giro nei villaggi, Borgia ha voluto incontrare le autorità locali e i religiosi della zona, ascoltando le loro storie e lodando pubblicamente il coraggio degli abitanti, gente che, nonostante le avversità e le ripetute richieste di evacuazione da parte dell’esercito israeliano, ha scelto di rimanere, di non arrendersi all’idea di un esodo che svuoterebbe ulteriormente la presenza cristiana in un’area già così complessa del Medio Oriente.
La missione del nunzio, che ha viaggiato accompagnato dal responsabile di Caritas Libano, padre Samir Ghawy, non si è limitata a un generico conforto spirituale, ma ha assunto i contorni di una precisa presa di posizione diplomatica, seppur sul campo. Mentre il governo israeliano insiste sulla continuazione delle operazioni militari, legittimandole con il diritto di rispondere agli attacchi di Hezbollah, la Santa Sede, per bocca del suo rappresentante, ribadisce che la protezione offerta ai villaggi del sud va intesa sia sotto il profilo diplomatico che spirituale, e che la Chiesa, attraverso le sue reti e i suoi contatti, non smetterà di lavorare per costruire la pace, seppur in un contesto in cui “all’orizzonte non si vedono spiragli: solo guerra”, come aveva drammaticamente osservato il vescovo maronita Mounir Khairallah. Monsignor Borgia, del resto, conosce bene il Libano, avendovi prestato servizio già dal 2010 come collaboratore del nunzio di allora, un’esperienza che gli ha permesso di tessere relazioni profonde con le diverse componenti di un Paese frantumato e ora nuovamente ferito.
L’accoglienza riservata a Borgia è stata calorosa e partecipe, segno che la popolazione percepisce la presenza della Chiesa come un ultimo, forse unico, baluardo in una fase di brutale violenza. Durante la sosta a Qlayaa, il sindaco Hanna Daher ha ribadito con forza che i residenti sono determinati a restare, a non cedere di un millimetro, nonostante la paura e le distruzioni, e il nunzio ha raccolto questo appello, assicurando che la Chiesa ama i libanesi e che farà ogni cosa possibile per sostenerli. Le parole del rappresentante pontificio, che ha incontrato anche il cardinale maronita Béchara Boutros Raï e le altre autorità religiose nei giorni successivi alla sua nomina, cercano di tenere accesa una fiammella di speranza in una regione dove i cristiani, quelli che scelgono di non emigrare nonostante le mille difficoltà, rischiano di essere schiacciati tra le grandi potenze e i conflitti altrui. La sua visita, caduta in un momento di particolare tensione, ha rappresentato un segno forte, un messaggio lanciato non solo alle comunità locali ma anche agli attori internazionali: la Santa Sede non abbandona i suoi figli, e continua a chiedere, con insistenza e senza cedimenti, che cessi ogni ostilità e che si possa finalmente tornare a un confronto negoziale, anche se, nel giorno stesso della missione, le prospettive in tal senso apparivano più lontane che mai.
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