Il martirio di padre Pierre al-Rahi e il testamento dei monaci di Tibhirine, storie di una fedeltà che non arretra davanti alla guerra
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La scelta di rimanere fisicamente accanto al proprio popolo, anche quando la logica della sopravvivenza suggerirebbe la fuga e il fragore delle bombe sembra negare ogni possibilità di dialogo, rappresenta forse la forma più alta e profetica di testimonianza per la Chiesa cattolica. Una scelta che unisce idealmente, in questi giorni segnati dall’escalation in Medio Oriente, il sangue versato trent’anni fa dai martiri di Tibhirine, in Algeria, a quello ancora fresco di padre Pierre al-Rahi, il parroco maronita di Qlayaa rimasto ucciso lunedì scorso in un bombardamento israeliano nel sud del Libano. La sua morte, avvenuta mentre accorreva in soccorso di alcuni parrocchiani feriti da un primo raid, è stata ricordata oggi da papa Leone XIV al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro. Il pontefice, la cui voce si è levata per chiedere di pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente, ha affidato al Signore il sacerdote, definendolo un “vero pastore” e auspicando che il suo sangue sparso possa diventare “seme di pace per l’amato Libano”.
Il solco tracciato dai martiri d’Algeria e la memoria di padre de Chergé
La vicenda di padre al-Rahi non è un episodio isolato, ma si inserisce in una genealogia di fede che affonda le radici in uno dei capitoli più toccanti della storia della Chiesa contemporanea. Corre infatti l’anniversario dei trent’anni dal rapimento e dall’uccisione dei monaci trappisti di Tibhirine, sette religiosi che, nel corso della guerra civile algerina, decisero di non abbandonare il villaggio in cui vivevano e la popolazione locale, rimanendo lì pur sapendo di essere nel mirino dei gruppi armati islamisti. La loro storia, portata alla ribalta internazionale dal film Uomini di Dio, culminò nel maggio del 1996 con il loro martirio, e la loro memoria è oggi più viva che mai, testimoniata anche dalle numerose iniziative culturali e mostre, come “Chiamati due volte”, che in queste settimane sta girando il mondo per raccontare la loro storia e quella degli altri undici martiri d’Algeria, beatificati nel 2018. Il priore del monastero, padre Christian de Chergé, lasciò un testamento spirituale di straordinaria potenza, una pietra miliare per la fede cristiana: in quelle pagine, il religioso esprimeva la consapevolezza del pericolo, ma anche la certezza di voler condividere fino in fondo il destino di quella terra, arrivando a chiedere al Signore di non imputare la sua morte a chi l’avrebbe compiuta, perché quella vita era stata donata a Dio e a quel paese.
L’attacco a Qlayaa e la dinamica dell’uccisione del sacerdote
Un’eco di quella stessa disposizione d’animo si ritrova nella dinamica della morte di padre Pierre al-Rahi, un sacerdote di cinquant’anni che da parroco a Qlayaa, villaggio cristiano del sud, condivideva la quotidianità di una comunità sempre più stretta nella morsa del conflitto tra Israele e Hezbollah. Come hanno ricostruito i frati francescani della Custodia di Terra Santa, il primo attacco israeliano ha colpito un’abitazione nei pressi della chiesa, ferendo un parrocchiano. È stato a quel punto che il sacerdote, senza esitazione, è corso insieme a un gruppo di giovani per prestare i primi soccorsi, esponendosi al pericolo. Un secondo ordigno è caduto sulla stessa area, e padre al-Rahi è stato colpito a sua volta: trasportato in ospedale, è spirato poco dopo il suo arrivo, quasi sulla soglia della struttura che avrebbe dovuto salvarlo.
L’emergenza umanitaria nel sud del Libano e la paura della gente
La sua morte, sulla quale la Fondazione Giovanni Paolo II ha espresso profondo cordoglio stringendosi al dolore della comunità maronita, getta una luce cruda sulla tragedia che sta vivendo il Libano meridionale. A poca distanza da Qlayaa, nel villaggio di Rmeish – dove la stessa Fondazione ha realizzato in passato progetti scolastici finanziati dalla Cei – la popolazione locale resiste, ma con il fiato sospeso. Qui operano operatori pastorali che raccontano di una comunità stremata, in cui molti pensano di andarsene, intuendo che quella possa essere la volontà delle autorità di Tel Aviv: uno Stato terzo, che non ha giurisdizione su quei territori, e che ha imposto avvisi di evacuazione ai civili, quasi a voler cancellare la presenza cristiana dalla regione. A Rmeish, come racconta ad ANSA il viceparroco Tony Elias, si cerca di restare, di mantenere un presidio di umanità in una terra che rischia di diventare una “isola” cristiana circondata dal nulla e dalle rappresaglie. Il parroco aggiunto spiega che la gente non vuole andarsene, anche se è consapevole di essere incastrata tra l’incudine di Israele e il martello delle milizie sciite, e che l’unica colpa di queste famiglie è quella di voler continuare a vivere sulla propria terra, disobbedendo agli ordini di sfollamento. Si moltiplicano intanto le vittime civili, tra cui molti bambini innocenti, come ha ricordato ieri lo stesso pontefice, mentre la paura e la rabbia crescono tra la popolazione abbandonata a se stessa, che assiste impotente alla distruzione delle proprie case e alla profanazione della propria storia millenaria in quella parte di Medio Oriente.




