Il sud del Libano sotto le bombe, la morte di padre Pierre e la richiesta di aiuto alla Santa Sede
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Redazione Esteri
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Il dramma che da giorni sconvolge il confine meridionale del Libano, una terra segnata da decenni di tensioni e oggi di nuovo bersaglio di un’escalation militare, assume i contorni di una tragedia umana e religiosa con la morte di padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa. Il sacerdote, come hanno ricostruito i confratelli, ha perso la vita lunedì scorso mentre accorreva in aiuto di un parrocchiano rimasto ferito in un primo bombardamento: un gesto istintivo di carità, lo stesso che lo aveva sempre contraddistinto, lo ha portato dritto verso una seconda ondata dell’attacco, e lui, colpito a sua volta, non ce l’ha fatta. Ad ucciderlo, spiega padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco dei latini a Tiro, è stata quella che in gergo militare viene cinicamente definita l’espressione “danni collaterali”, una formula asettica con cui si etichetta la morte di chi, come questo pastore d’anime, non imbracciava un fucile ma porgeva una mano.
Il dolore della comunità cristiana, e non solo, si è riversato nelle strade di Qlayaa durante i funerali, officiati mentre altrove, a poche decine di chilometri di distanza, un altro sacerdote, padre Tony Elias, vice parroco di Rmeish, era costretto a seguire la cerimonia a distanza. Lui, che conosceva bene padre Pierre condividendone le origini armene e la missione pastorale in villaggi vicini, non ha potuto varcare i posti di blocco o rischiare il viaggio in una zona ormai calda, e così ha raccontato ai media vaticani il senso di quella perdita, definendo il confratello un martire della fede, ucciso mentre esercitava il suo ministero più autentico. D’altronde, proprio l’area di Rmeish, come ha testimoniato il cardinale Michael Czerny in un suo recente passaggio, è tra quelle che hanno pagato un prezzo altissimo in termini di distruzione materiale, con case e chiese lesionate o rase al suolo, e una popolazione stremata che però, finché possibile, ha cercato di resistere all’esodo.
In questo clima di lutto e paura, la voce del Vaticano si è levata alta e chiara attraverso le parole di Papa Leone XIV, che al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro ha voluto ricordare il parroco ucciso, giocando anche sul significato del suo cognome, Al Rahi, che in arabo significa appunto pastore. “Voglia il Signore”, ha auspicato il Pontefice, “che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano”, un invito a non lasciare che quel sacrificio resti vano, mentre il Medio Oriente intero, come ha aggiunto lo stesso Papa, continua a essere lacerato da conflitti che mietono vittime innocenti, bambini compresi, e che richiedono una preghiera incessante per l’Iran e per tutta la regione. Una preghiera che, nelle intenzioni del vescovo di Roma, deve essere conforto per chi soffre e al contempo segno tangibile di una speranza che non si arrende alla logica delle armi, quella stessa logica che il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin ha definito drammaticamente inadeguata, ribadendo come la diplomazia, pur non avendo strumenti coercitivi, debba insistere sui princìpi del dialogo e della convivenza.
La diplomazia vaticana in campo per fermare l’esodo dei cristiani
Ed è proprio sul piano diplomatico che si è mosso, nelle stesse ore, il ministro degli Esteri libanese Youssef Raggi, il quale ha rivelato tramite il suo profilo social di aver avuto un colloquio telefonico con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati. Oggetto della discussione, la richiesta esplicita di intervento e mediazione da parte della Santa Sede per scongiurare ciò che apparirebbe come una catastrofe storica e demografica: la scomparsa della presenza cristiana dai villaggi del Sud, quelle comunità che da secoli abitano la fascia di confine e che oggi si trovano in prima linea sotto i bombardamenti. Raggi, nel suo messaggio, ha sottolineato come quelle popolazioni abbiano sempre rappresentato un baluardo di sostegno allo Stato libanese e alle sue istituzioni, e perderle significherebbe minare alle fondamenta l’equilibrio, già fragile, del Paese dei Cedri.
La testimonianza di padre Toufic e la ferita invisibile della guerra
Al di là delle trattative e dei contatti ad altissimo livello, rimane la cronaca di una quotidianità sospesa, fatta di sfollati che dormono nelle auto e di famiglie che si accalcano nei conventi come quello di Tiro, dove padre Toufic, con i suoi confratelli, sta accogliendo duecento profughi, in larga parte musulmani, in un abbraccio che va oltre le appartenenze religiose. Lo stesso padre Toufic, in una toccante riflessione pubblicata dai media vaticani, ha provato a descrivere la devastazione che nessuna telecamera riesce a inquadrare: quella che lascia ferite nell’animo delle persone, la paura che si insinua nei cuori dei bambini, il senso di smarrimento di chi ha perso tutto e si ritrova con una valigia sempre pronta, nell’angoscia di un nuovo sfollamento. La morte di padre Pierre, in questo senso, rappresenta un punto di non ritorno, una crepa che rischia di far crollare le residue resistenze di chi finora aveva detto no all’abbandono della propria terra, perché andarsene, per queste persone, non significa solo cambiare casa, ma perdere la propria storia e la propria dignità, in attesa di sapere se e quando qualcuno riuscirà a ricostruire non solo gli edifici, ma anche gli animi di un popolo provato.




