Il Libano chiede al Vaticano di mediare per salvare i cristiani del Sud
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Redazione Esteri
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La richiesta di mediazione, inoltrata alla Santa Sede dal ministro degli Affari Esteri libanese, Youssef Raggi, nel corso di un colloquio telefonico con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, punta a preservare la presenza cristiana nei villaggi del Sud, quelli che si affacciano sulla linea di confine con Israele e che, dall’inizio di marzo, sono diventati l’epicentro di una nuova, violentissima escalation tra l’esercito israeliano e le milizie di Hezbollah. Una guerra, questa, che non appartiene alla vocazione originaria del Paese dei Cedri, terra di antiche convivenze, e che miete vittime anche tra coloro che da sempre rifiutano la logica delle armi. Tra questi, la figura di padre Pierre El Raii, sacerdote maronita ucciso il 9 marzo nella località di Qlayaa mentre si precipitava in soccorso di un parrocchiano ferito da un primo bombardamento, è divenuta il simbolo di un dramma che colpisce indistintamente la popolazione civile, cristiana e musulmana, e la stessa Chiesa.
Una diplomazia silenziosa per proteggere chi resta
Il governo libanese, attraverso la voce del suo ministro, ha chiesto ufficialmente alla Santa Sede di attivare tutti i canali diplomatici necessari per fermare l’escalation e, soprattutto, scongiurare lo sfollamento definitivo degli abitanti di quei villaggi di confine che, come ha tenuto a sottolineare Raggi, hanno sempre sostenuto lo Stato libanese e le sue istituzioni militari, senza mai allinearsi a logiche di parte. Monsignor Gallagher, da parte sua, ha assicurato che il Vaticano sta seguendo la situazione con la massima attenzione, confermando che il Libano, già visitato da Leone XIV nel suo primo viaggio apostolico del dicembre 2025, rimane al centro delle preoccupazioni e delle preghiere del Pontefice. Una vicinanza, quella della Santa Sede, che si traduce in un impegno costante per la pace, come ribadito più volte dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, il quale ha sottolineato come la diplomazia pontificia continui a insistere sui principi della convivenza civile, parlando con tutti gli attori in campo, pur non avendo strumenti coercitivi per imporre una tregua.
La guerra entra nelle case e nelle chiese
Sul terreno, la situazione è drammatica e ben lontana dalle astrazioni della geopolitica. I bombardamenti israeliani, che secondo il ministero della Salute libanese hanno causato centinaia di vittime e oltre seicentomila sfollati, non risparmiano obiettivi civili e stanno letteralmente sbriciolando il tessuto sociale del Sud del Libano. Villaggi a maggioranza cristiana come Rmeish, Ain Ebel o Alma al-Shaab, un tempo simboli di una coesistenza possibile, si trovano oggi nel mirino di un conflitto che li travolge loro malgrado. Lo stesso patriarca maronita, Bechara al-Rai, ha denunciato con forza che il Libano è stato precipitato in una guerra feroce imposta dall'esterno, una guerra che ha brutalmente disperso famiglie, sia cristiane che musulmane, costrette a fuggire senza sapere se potranno mai fare ritorno alle loro terre. L'eco di queste parole trova conferma nella testimonianza di fratel Tony Choukri, della Custodia di Terra Santa, che descrive il suo Paese come un tessuto unico e intrecciato, dove cristiani e musulmani sono una cosa sola, e per questo del tutto estranei alla spirale di odio e vendetta che li circonda.
La voce dei patriarchi: separare religione e politica
In questo scenario di devastazione, si levano anche le voci dei patriarchi delle antiche Chiese orientali, che mettono in guardia dalla deriva più pericolosa: quella di giustificare il conflitto con motivazioni religiose. Il patriarca dei siro-cattolici di Antiochia, Ignazio Youssef III Younan, parlando da Beirut sotto i missili, ha ripetuto con forza un concetto chiave: c'è urgente bisogno di separare la religione dalla politica. Un monito chiaro, che Younan rivolge in particolare all'Iran e al suo progetto di islam politico, visto come una minaccia alla convivenza in tutta la regione. Secondo il patriarca, la popolazione libanese desidera la pace, anche con Israele, ma è tenuta in ostaggio da una milizia che non rappresenta le sue aspirazioni. Una situazione, questa, che rende ancora più complessa la posizione di quei cristiani che vivono nelle aree di confine, sospesi tra la paura dei bombardamenti israeliani e la presenza ingombrante di Hezbollah, e che vedono nel caos generale il peggior nemico della loro sopravvivenza millenaria in Medio Oriente.




