Il disegno di Israele in Libano: non solo una guerra contro Hezbollah, ma la volontà di annichilire lo stato libanese e ridisegnare i confini

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il vortice di violenza in cui il Libano è precipitato, con l’intensificazione feroce dei bombardamenti israeliani su Beirut, la Dahiyeh e vaste aree del sud e dell’est del paese, non può essere letto semplicemente come l’ennesimo capitolo del conflitto con Hezbollah. Si tratta, piuttosto, di un’offensiva che affonda le radici in un disegno politico e territoriale di lungo periodo, quello di piegare definitivamente qualsiasi forma di sovranità libanese e di annettere in modo stabile i territori a sud del fiume Litani. L’obiettivo dichiarato, come ribadito dal capo di Stato maggiore israeliano Eyal Zamir, è quello di eliminare la “minaccia” rappresentata dal paese vicino, un’espressione che nella sua ambiguità rivela l’intenzione di non fermarsi alla milizia sciita, ma di colpire le fondamenta stesse dello Stato libanese, riducendolo a un protettorato inerme e frammentato.

Lo sfollamento forzato come arma strategica e il dramma di Beirut

Le immagini di decine di migliaia di persone in fuga dalla periferia sud di Beirut, la celebre Dahiyeh, raccontano solo una parte della tragedia. Non è una semplice evacuazione precauzionale, ma un vero e proprio sfollamento forzato che sta svuotando interi quartieri, colpendo duramente i ceti più poveri e già provati da anni di crisi. L’esercito israeliano ha ordinato lo sgombero di una vasta area che si estende dalla frontiera fino al fiume Litani, compresa la storica città di Tiro, spingendo la popolazione a dirigersi verso nord e creando di fatto un’enorme zona cuscinetto spopolata. Nel caos di queste ore, mentre i raid si susseguono senza sosta e le difese israeliane colpiscono obiettivi in tutta la regione, cresce il numero degli sfollati che, come raccontato da alcuni residenti, sono costretti a dormire per strada o sulle spiagge della capitale, trasformata in una città fantasma nei suoi quartieri meridionali.

La trappola della guerra civile e il ruolo ambiguo delle istituzioni

In questo scenario di collasso, riaffiora lo spettro della guerra civile, un rischio che Israele sembra intenzionato ad alimentare per facilitare la propria invasione. Secondo alcune analisi, Tel Aviv starebbe spingendo per una divisione interna al paese, cercando di contrapporre le diverse fazioni libanesi l’una contro l’altra. Un esempio di questa strategia è la richiesta, non confermata ma circolante, rivolta al governo di Beirut di sciogliere Hezbollah e dichiararlo organizzazione terroristica, una mossa che avrebbe l’effetto di lacerare ulteriormente un tessuto sociale già fragile. Il governo libanese, pur condannando gli attacchi israeliani e le violazioni del cessate il fuoco, si trova in una posizione di estrema debolezza, mentre le forze armate libanesi si sono ritirate da diverse aree di confine, e la missione Unifil ha evacuato il personale non essenziale, lasciando di fatto campo libero all’avanzata israeliana.

Un conflitto regionale che travalica i confini libanesi

L’offensiva sul Libano è in realtà parte integrante di una guerra molto più ampia, che vede Israele e Stati Uniti contrapposti all’Iran e ai suoi alleati. La morte del leader supremo iraniano, Ali Khamenei, in un attacco congiunto, ha innescato una reazione a catena, con Hezbollah che ha lanciato razzi e droni verso Haifa in segno di vendetta, riaprendo ufficialmente le ostilità dopo mesi di tregua precaria. Questa escalation, come sottolineano gli esperti, segna un cambiamento nella dottrina militare israeliana, che non mira più semplicemente a contenere i propri avversari, ma a debellarli con tale forza da far cessare definitivamente la minaccia. Un’impresa titanica, se si considera che Hezbollah non è solo una struttura militare, ma un movimento profondamente radicato nella società libanese, e che la sua eliminazione totale appare un obiettivo irrealistico, se non al prezzo della distruzione completa del paese.

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