La guerra in Medio Oriente, l’ultimatum di Trump e la mediazione che passa per Islamabad
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Redazione Esteri
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Il confine tra diplomazia e conflitto armato, in queste ore, appare più labile che mai. Mentre i bombardamenti israeliani continuano a martellare la periferia sud di Beirut e le Forze di Difesa israeliane (Idf) annunciano l’intenzione di estendere il proprio controllo sul Libano meridionale fino al fiume Litani, si muovono silenziosi i fili di una trattativa che, se portata a termine, potrebbe riscrivere gli equilibri dell’intera regione. L’obiettivo dichiarato, secondo quanto trapela da fonti vicine alla Casa Bianca e ripreso da agenzie come Reuters, è ambizioso e temporalmente circoscritto: porre fine alle ostilità in corso entro il 9 aprile. Un traguardo che presuppone il superamento dello scoglio più insidioso, ovvero la riapertura dello Stretto di Hormuz, il cui blocco – attuato o minacciato che sia – rappresenta una spada di Damocle sull’economia globale e sul flusso energetico.
A raccogliere questa sfida, in un ruolo che sa di déjà-vu per la regione, sarà probabilmente Islamabad. Il Pakistan, insieme a Egitto e Turchia, si conferma infatti attore insostituibile nella mediazione tra Washington e Teheran, tanto che un primo faccia a faccia potrebbe tenersi già nel corso della settimana nella capitale pakistana. Sul tavolo, un negoziato complesso dove gli Stati Uniti arrivano forti delle proposte avanzate già sabato scorso e della presenza sul campo di due figure chiave dell’amministrazione Trump per il Medio Oriente: Steve Witkoff e Jared Kushner. La loro partecipazione, data per quasi certa, potrebbe essere affiancata – secondo quanto rivela il giornalista di Axios Barak Ravid, voce spesso autorevole in materia – dalla presenza del vicepresidente JD Vance, un’eventualità che sottolineerebbe l’altissima priorità accordata dall’esecutivo a questo dossier.
L’escalation israeliana e la strategia del “controllo” fino al Litani
Lo scenario militare, tuttavia, rimane drammaticamente in controtendenza rispetto agli sforzi diplomatici. Nella notte tra lunedì e martedì, l’aviazione israeliana ha condotto una serie di raid aerei su Beirut, prendendo di mira – come confermato dalle stesse fonti militari – una pluralità di obiettivi riconducibili all’arsenale di Hezbollah. Tra questi, è stata colpita anche la sede di un’emittente televisiva storicamente legata al movimento sciita, un gesto che ribadisce l’intenzione di decapitare non solo la struttura militare del nemico, ma anche la sua capacità propagandistica e comunicativa. Non si contano, poi, i ripetuti avvisi di evacuazione intimati alla popolazione civile nel sud del Libano: le Idf hanno emesso ordinanze affinché i residenti lascino le proprie abitazioni in vista di imminenti operazioni di terra e di bombardamenti a tappeto.
A rendere la situazione ancora più tesa è la dichiarazione del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che nel corso di una visita a un centro di comando militare ha delineato la nuova dottrina difensiva di Israele. “Tutti e cinque i ponti sul Litani utilizzati da Hezbollah per il passaggio di terroristi e armi sono stati fatti saltare in aria”, ha affermato Katz, aggiungendo con enfasi che le forze israeliane controlleranno i restanti ponti e l’intera zona di sicurezza fino al fiume Litani. Un’affermazione che di fatto sancisce l’istituzione di una fascia cuscinetto all’interno del territorio libanese, con l’obiettivo dichiarato di impedire il ritorno degli sfollati – sia libanesi che israeliani del nord – finché la sicurezza non sarà ristabilita completamente. In questo quadro si inseriscono i raid della scorsa notte: almeno sette incursioni aeree nella periferia di Beirut che hanno provocato due vittime e un’ondata di panico, in una città già provata dalle cicatrici del passato.




