Il Libano chiede la mediazione del Vaticano mentre la guerra travolge il Sud e miete vittime tra i civili, come padre Pierre El Raii
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Redazione Esteri
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La sottile striscia di terra che separa il Libano da Israele, una linea blu tracciata dalle Nazioni Unite e da decenni punto nevralgico di tensioni e conflitti, è tornata a essere l’epicentro di una crisi dalla violenza inaudita. Mentre l’esercito israeliano, con l’obiettivo dichiarato di creare una zona cuscinetto che metta al sicuro i propri insediamenti dalla minaccia dei razzi di Hezbollah, spinge la sua offensiva sempre più in profondità nel Sud del Paese dei Cedri, non sono solo le milizie del Partito di Dio a pagare il prezzo di questa nuova escalation. A finire sotto il fuoco dell’artiglieria e dei carri armati sono, loro malgrado, anche i villaggi abitati da civili, e in particolare quelle antiche comunità cristiane che da secoli presidiano queste terre di confine. La loro presenza, già resa fragile da un esodo che non si è mai del tutto arrestato, rischia ora di essere cancellata per sempre, travolta da una logica bellica che non conosce neutralità.
In questo scenario apocalittico, dove le scie dei caccia e il rombo dei blindati accompagnano la fuga di centinaia di migliaia di profughi verso Nord, si è levata una richiesta di aiuto inusuale, rivolta non a una potenza militare o a un organismo internazionale, ma alla Santa Sede. Il governo libanese, nella persona del ministro degli Esteri, ha ufficialmente chiesto l’intervento diplomatico del Vaticano affinché eserciti la sua influenza per proteggere le popolazioni cristiane intrappolate nelle zone del conflitto. Una mossa che sottolinea, da un lato, il senso di abbandono e la paura di queste minoranze, e dall’altro il ruolo che la diplomazia pontificia, forte del suo magistero e della sua rete di contatti, ancora può giocare in uno scacchiere mediorientale in fiamme. Il cardinale segretario per i Rapporti con gli Stati, Paul Richard Gallagher, avrebbe già assicurato che la Santa Sede sta attivando i propri canali per scongiurare il peggio, in una regione che Papa Francesco, già in tempi non sospetti, aveva definito un “messaggio” di convivenza per il mondo intero.
A rendere l’appello di Beirut ancora più accorato e drammatico è il sangue versato proprio in questi giorni. La morte di padre Pierre El Raii, parroco maronita del villaggio di Qlayaa, ha assunto immediatamente i contorni di una ferita aperta e di un monito per l’intera comunità cristiana orientale. Padre Pierre, che aveva ripetutamente dichiarato la volontà sua e dei suoi fedeli di non abbandonare le proprie case nonostante gli ordini di evacuazione israeliani, è stato raggiunto e ucciso dal fuoco di un carro armato mentre si recava in soccorso di alcuni compaesani rimasti feriti in un primo bombardamento. Una fine che ne rispecchia la vita, spesa nella prossimità agli ultimi e nella difesa caparbia di una presenza considerata essenziale non solo per la fede, ma per l’identità stessa del Libano. Poche ore prima di morire, in una conversazione telefonica, aveva spiegato come la scelta di rimanere fosse l’unica via per salvare la terra e la speranza, affidandosi alla protezione di San Giorgio. Il suo sacrificio è stato raccolto dalle parole di confratelli come padre Toufic Bou Merhi, che ne hanno ricordato la prontezza nel rispondere a ogni domanda di aiuto, incarnando quella vocazione pastorale che nel Sud del Libano significa spesso condividere i rischi della guerra.
La trappola della geografia e la paura di un esodo definitivo
I villaggi cristiani sparsi lungo la linea di confine, come lo stesso Qlayaa, Rmeish o Alma al-Shaab, si trovano in una posizione geografica e politica paradossale, che ne accentua la vulnerabilità. Situati in aree in cui la presenza dello Stato libanese è storicamente debole e dove Hezbollah ha mantenuto per anni il controllo di fatto, queste comunità si ritrovano oggi nel mezzo di un conflitto che non hanno scelto e che non possono controllare. Da un lato, subiscono i bombardamenti israeliani, giustificati da Tel Aviv con la necessità di colpire le infrastrutture del partito filo-iraniano che, secondo le accuse, si nasconderebbe proprio in prossimità dei centri abitati. Dall’altro, vedono con timore i miliziani di Hezbollah muoversi sul loro territorio, temendo che questa prossimità forzata li trasformi in bersagli legittimi o, peggio, in scudi umani. Una situazione di doppia pressione che alimenta sospetti e rancori, e che rischia di incrinare quel complesso e delicato mosaico di convivenza interreligiosa su cui il Libano ha fondato la propria identità nazionale per decenni.
L’offensiva di terra israeliana, annunciata dalle stesse Forze di difesa israeliane come un’operazione mirata a “eliminare i terroristi” e creare una zona di sicurezza oltre il confine, ha già prodotto conseguenze catastrofiche sul piano umanitario. Oltre un milione di persone sarebbero in fuga dalle loro abitazioni, in una mobilitazione di massa che paralizza il Paese e ne aggrava la crisi economica e sociale. Gli appelli alla de-escalation si moltiplicano, ma si infrangono contro la determinazione di Israele a neutralizzare Hezbollah e contro la capacità di resistenza della milizia sciita, che continua a lanciare razzi verso le postazioni nemiche. In questo contesto, l’iniziativa diplomatica dei cinque Paesi del G7 (Canada, Francia, Germania, Italia e Regno Unito), che hanno firmato un documento per chiedere un immediato cessate il fuoco, è stata indebolita dall’astensione di Stati Uniti e Giappone, a testimoniare quanto la comunità internazionale appaia spaccata e incapace di esercitare una pressione efficace. A rendere il quadro ancora più teso, la caduta di detriti di razzi sulla base Unifil di Shama, a guida italiana, dove un militare è rimasto lievemente ferito, ha riacceso i riflettori sulla pericolosità della missione e sulla sua stessa tenuta, con voci che si levano sempre più insistenti su un possibile ritiro anticipato.




