Maxi-truffa nel fotovoltaico, la polizia e la guardia di finanza sequestrano 7,5 milioni di dollari in criptovalute
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Redazione Interno
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Sette milioni e mezzo di dollari in valuta virtuale, congelati in un’operazione che rappresenta una pietra miliare nelle indagini finanziarie italiane: è il bilancio dell’operazione “Cagliostro”, condotta dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza di Bologna su delega della locale Procura della Repubblica. Il provvedimento, eseguito nelle scorse ore, ha portato al sequestro di quello che viene definito dagli investigatori come “uno dei più rilevanti” mai effettuati in Italia nel settore delle criptovalute, un intervento che ha smascherato un meccanismo fraudolento legato alla costruzione di impianti fotovoltaici, un sistema – a quanto pare – studiato per sottrarre denaro a migliaia di piccoli risparmiatori.
Le vittime e il meccanismo Ponzi
Sarebbero circa seimila i risparmiatori caduti nella rete del cosiddetto “caso Voltaiko”, un’articolata truffa dall’apparente rispettabilità green: gli vengono proposti investimenti in impianti per l’energia solare, un settore in forte espansione e quindi particolarmente attrattivo. In realtà, secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine, il denaro versato non veniva impiegato per alcuna attività produttiva reale; confluiva invece in uno schema Ponzi di portata transnazionale, dove i primi investitori venivano pagati con le quote dei nuovi arrivati, un castello di carte destinato prima o poi a crollare. E infatti, quando il meccanismo ha iniziato a mostrare le prime crepe, gli amministratori del fondo hanno provato a far perdere le proprie tracce, convertendo quanto raccolto in stablecoin – quelle criptovalute pensate per mantenere un valore ancorato a valute tradizionali – e trasferendo il tutto su istituti di credito esteri, in particolare francesi.
Il blitz investigativo e il sequestro record
A fermare la fuga di capitali ci ha pensato la sinergia tra la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza del capoluogo emiliano, coordinate dal pm Marco Imperato. Gli inquirenti sono riusciti a individuare i wallet digitali – i portafogli elettronici utilizzati per custodire le criptovalute – nei quali erano stati parcheggiati i proventi illeciti; li hanno quindi ‘congelati’, impedendo qualsiasi ulteriore movimento. Il valore complessivo del sequestro, sette milioni e mezzo di dollari, lo colloca tra i più ingenti mai realizzati in Italia in operazioni contro le frodi finanziarie, un risultato che testimonia l’evoluzione tecnologica delle indagini patrimoniali, sempre più capaci di seguire il denaro anche quando questo si traveste da algoritmi e crittografia.
L’inchiesta giudiziaria e i profili penali
La Procura di Bologna, che da mesi tiene aperto un fascicolo sulla vicenda, non ha ancora formalizzato tutte le richieste di rinvio a giudizio; gli accertamenti proseguono per individuare eventuali ulteriori canali finanziari utilizzati dagli indagati – le cui generalità rimangono coperte dal segreto istruttorio. Quel che è certo, e che emerge dagli atti investigativi, è la natura predatoria del progetto: dietro la promessa di rendimenti legati all’energia pulita si nascondeva una classica truffa a piramide, capace di attrarre risparmiatori in tutta Italia, molti dei quali – probabilmente – hanno perso somme consistenti. L’operazione Cagliostro ha quindi interrotto un flusso di denaro che, se non intercettato, avrebbe potuto alimentare ulteriori attività illecite, e restituisce alla magistratura la possibilità di risarcire almeno in parte le vittime, una prospettiva ancora tutta da verificare dato che le criptovalute sequestrate dovranno prima essere liquidate e poi restituite secondo le procedure previste dalla legge.




