Se solo potessi ti prenderei a calci, l’incubo materno secondo Mary Bronstein con una Rose Byrne stratosferica
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Diciotto anni dopo Yeast, Mary Bronstein torna alla regia di un lungometraggio e lo fa con un pugno nello stomaco intitolato Se solo potessi ti prenderei a calci, distribuito in Italia da I Wonder Pictures a partire dal 5 marzo 2026. La pellicola, prodotta dal colosso indipendente A24 e presentata in anteprima al Sundance Film Festival prima di approdare alla Berlinale, rappresenta una discesa claustrofobica negli abissi della psiche di una madre messa alle strette, incapace di tenere insieme i frammenti di una vita che implode su sé stessa. Al centro di questo meccanismo narrativo, che qualcuno ha definito esagitato nella forma e volutamente inconcludente nel senso, c’è la prova monumentale di Rose Byrne: un’interpretazione viscerale e totalizzante che le è valsa l’Orso d’Argento a Berlino, il Golden Globe come migliore attrice in una commedia o musical e una nomination agli Oscar 2026. Una tripletta che certifica l’impatto di un ruolo, quello della psicoterapeuta Linda, che non concede tregua né all’interprete né allo spettatore.
La trama e il vortice del quotidiano
Linda è una professionista che aiuta gli altri a districare i nodi della mente, ma la sua esiste sotto una cappa di stress asfissiante. Vive a Montauk con la figlia, una bambina affetta da un grave disturbo alimentare che la costringe a essere nutrita tramite un tubo durante la notte: il beep ossessivo della macchina che la alimenta e il baby monitor sempre acceso diventano la colonna sonora di un’esistenza sospesa. Il marito, capitano di navi da crociera interpretato da Christian Slater, è perennemente assente e quando c’è, attraverso la cornetta del telefono, aggiunge solo pressione. La situazione precipita quando una perdita d’acqua provoca una voragine nel soffitto della camera da letto, costringendo Linda e la bambina a trasferirsi in un motel fatiscente gestito da personaggi quantomeno stravaganti, tra cui il custode James, ruolo affidato al rapper A$AP Rocky. In questo contesto di degrado e isolamento, tra le sedute con un terapeuta (Conan O’Brien) che sembra parlare un’altra lingua e le allucinazioni che iniziano a popolare la sua mente, Linda cerca disperatamente una via di fuga che non arriva mai.
La voragine come metafora e l’estetica dell’angoscia
Bronstein costruisce il film come una macchina infernale in cui ogni elemento è studiato per amplificare il senso di soffocamento. La regista, che ha dichiarato di essersi ispirata all’esperienza personale di otto mesi trascorsi in una stanza di motel con la figlia malata, utilizza il primissimo piano come strumento principe di immedesimazione. Vogliamo essere dentro la testa di Linda, condividere ogni poro, ogni linea di espressione, ogni goccia di sudore. Il buco nel soffitto diventa così il correlativo oggettivo del vuoto interiore della protagonista: una ferita aperta sulla realtà, un accesso verso un altrove fatto di paure e ricordi, come quello della madre di Linda, che emerge dai meandri della memoria. L’acqua che inonda la casa, poi, non è solo un problema strutturale ma un elemento materno, primordiale, che sommerge e minaccia di annegare ogni residuo di razionalità. La critica ha parlato di una ricerca quasi ossessiva della metafora, a tratti fin troppo meccanica, che rischia di appesantire la narrazione, ma è innegabile che l’operazione riesca a ritrarre con precisione angosciante il clima di ansia perenne che caratterizza la genitorialità contemporanea, soprattutto quando è declinata al femminile e priva di una rete di supporto.
La doppia maternità e l’assenza come presenza
Uno degli aspetti più riusciti della sceneggiatura è il gioco di specchi che Bronstein istituisce tra Linda e la sua giovane paziente, Caroline, interpretata da Danielle Macdonald. Caroline è terrorizzata dall’idea di poter fare del male al suo bambino, perseguitata dal fantasma di una babysitter infanticida e ossessionata da un film horror, visto a sprazzi, in cui una madre divora i propri figli. Questo personaggio rappresenta l’altra faccia della maternità, quella oscura e mostruosa che la società rifiuta di vedere, e diventa per Linda un doppio inquietante, un riflesso deformato delle sue stesse paure. Di contro, la figlia di Linda è una presenza costante ma invisibile: il suo volto, ci raccontano le recensioni, non si vede quasi mai, se non nell’ultima scena. La percepiamo solo attraverso la voce fastidiosa, le richieste incessanti, le gambe che ciondolano dal water. È un’assenza che pesa come un macigno, un che non si lascia afferrare se non attraverso la tecnologia medica che lo tiene in vita. Lo stesso marito, Charles, rimane a lungo una voce fuori campo, un’entità astratta e giudicante che diventa corpo solo nel finale, quando ormai il danno è fatto e Linda ha già superato ogni possibile linea di galleggiamento.
L’alchimia creativa tra regista e attrice
Se il film regge nonostante una costruzione che qualcuno ha definito traballante e un eccesso di virtuosismi formali, il merito è quasi interamente di Rose Byrne. L’attrice australiana, nota al grande pubblico per ruoli spesso brillanti o di supporto, si prende qui la scena e la divora letteralmente, regalando una performance che è insieme trattenuta ed esplosiva, nevrotica e compassionevole. Dietro questo risultato c’è un lavoro preparatorio intenso, raccontato dalla stessa Bronstein in diverse interviste: per sei settimane, prima ancora che la produzione iniziasse, regista e attrice si sono incontrate al tavolo della cucina di Bronstein per dissezionare la sceneggiatura. Hanno parlato delle loro esperienze di madri, delle loro infanzie, dei rapporti con le loro madri. Da queste conversazioni è nata la domanda che ha dato profondità al personaggio: chi era Linda prima della crisi, prima di diventare madre? È da lì che Byrne ha attinto per costruire un’interpretazione che non si limita alla rappresentazione del collasso, ma restituisce lo spessore di una donna con una storia, con ferite antiche che la voragine sul soffitto non fa che riaprire. Un lavoro di cesello che trasforma quello che poteva essere un semplice esercizio di stile in un ritratto umano di rara potenza.
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