“Se solo potessi ti prenderei a calci”, l’incubo materno di Rose Byrne candidato all’Oscar
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è una scena, ed è quella che sta facendo il giro del web a poche ore dalla notte degli Oscar, in cui Rose Byrne, nei panni di Linda, osserva l’acqua che dilaga dal soffitto del salotto mentre la figlia, della quale sentiamo solo la voce, è lì con lei. Il taglio nel muro, quella voragine che si apre letteralmente sulla testa della protagonista, è la metafora più immediata e potente di un film, Se solo potessi ti prenderei a calci, che non concede tregua. Prodotto da Josh Safdie, il fratello più ansiogeno della celebre coppia di registi, e distribuito in Italia da I Wonder Pictures a partire dal 5 marzo, il lungometraggio scritto e diretto da Mary Bronstein rappresenta il cinema indipendente americano nella sua forma più pura e radicale, quella che trasforma lo stress quotidiano in un’esperienza sensoriale claustrofobica, quasi fosse un horror psicologico privo di sangue ma ricco di tensione.
La macchina da presa, in questa opera seconda di Mary Bronstein (che non girava un film dal lontano 2008), non osserva la donna dall’esterno, ma si incolla al suo volto, aderendo alla sua pelle con un uso spregiudicato dei primissimi piani e del formato panoramico in 35mm, che restituisce un’immagine sporca e vibrante. La regista, che ha attinto a piene mani dalla sua esperienza personale di madre alle prese con una figlia malata per scrivere la sceneggiatura, ha dichiarato di non volere che lo spettatore giudicasse Linda da una poltrona, ma che ne vivesse il disagio sulla propria pelle, in un crescendo di ansia che non trova mai il classico momento di respiro o di consolazione.
La vita come una successione inarrestabile di vertici
Linda, questo il nome della psicoterapeuta interpretata da un’intensa e ormai candidata all’Oscar Rose Byrne, è una donna in balia degli eventi, se non fosse che gli eventi, in questo contesto, sono la sua stessa normalità. Il marito, capitano di navi da crociera doppiato da Christian Slater, è costantemente assente e si manifesta solo attraverso chiamate che aggiungono ulteriore pressione piuttosto che offrire sostegno. La figlia, di cui non vediamo mai il volto fino alle battute finali quasi a significare come la sua identità si sia ridotta a un problema da gestire, è affetta da un misterioso disturbo alimentare che la costringe a essere nutrita tramite un tubo, una macchina che diventa il simbolo di una dipendenza e di una rete di sicurezza che impedisce la crescita.
L’allegoria come cifra stilistica e la prova dell’attrice
Mary Bronstein costruisce la sua narrazione per allegorie continue, a volte fin troppo evidenti ma sempre funzionali a mantenere lo spettatore all’interno del punto di vista distorto della protagonista. Il buco nel soffitto è lo stomaco della figlia che non si riempie, l’acqua che inonda è l’angoscia che sommerge, e il cibo, spazzatura o terapeutico che sia, diventa il campo di battaglia di una relazione madre-figlia dove il nutrimento si trasforma in ossessione. La figura del custode del motel, James, rapper A$AP Rocky in un ruolo di supporto, è l’unica che sembra accorgersi del disagio di Linda, proponendole persino di acquistare droga sul dark web, in un tentativo maldestro e grottesco di creare una connessione che però non porterà a nulla, mantenendo intatta quella distanza e quella diffidenza che caratterizzano i rapporti umani nel mondo ostile dipinto dalla pellicola.
A tenere insieme l’architettura emotiva del film, impedendole di collassare su sé stessa, è la prova monumentale di Rose Byrne. Già premiata con l’Orso d’argento a Berlino e con il Golden Globe, l’attrice australiana offre una performance che oscilla continuamente tra lo scoppio di rabbia isterica, il pianto trattenuto e una risata amara e nervosa. Il suo sguardo, stanco e sempre sul punto di cedere, diventa il vero fulcro attorno al quale ruota l’intera opera, riuscendo a rendere universale una storia che, per sua stessa ammissione, è estremamente specifica e personale. È grazie a lei che lo spettatore accetta di farsi trascinare in questo vortice, di vivere l’esperienza di una madre che, come tante, combatte una battaglia quotidiana contro mulini a vento, in una società che sembra aver predisposto per lei solo standard impossibili da raggiungere.
Il riconoscimento della critica e la strada verso la statuetta
L’exploit di Se solo potessi ti prenderei a calci nella stagione dei premi è stato inarrestabile. Dopo il passaggio trionfale al Sundance e alla Berlinale, il film targato A24 è arrivato alla Festa del Cinema di Roma e ora si presenta all’appuntamento con gli Academy Award forte di una nomination come Miglior attrice protagonista per Rose Byrne. La pellicola, che la stessa regista ha definito un’esperienza più che un semplice film, ha il merito di aver scardinato le aspettative, presentando un ritratto di signora con disgrazie seriali che non cerca la simpatia dello spettatore ma solo la sua immedesimazione più viscerale. In un panorama cinematografico spesso votato alla consolazione facile, l’opera di Mary Bronstein sceglie la strada opposta, quella di mostrare la crepa, il cedimento, e di lasciare che sia il pubblico a trovarci, se vuole, un barlume di sé.
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