Conte apre alla panchina della nazionale: «Se fossi il presidente federale, mi prenderei in considerazione»
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Redazione Sport
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La vittoria sul Milan, al Maradona, non ha regalato soltanto tre punti pesanti in ottica secondo posto. Quella partita, che secondo molti osservatori – tra cui Massimo Mauro – avrebbe offerto uno spettacolo ben lontano dal brillante («una fotografia precisa del momento del nostro calcio», ha commentato lui, raccontando di due tifosi addormentatisi sul divano dopo il pranzo di pasquetta), ha avuto il merito involontario di riaprire un dibattito che sembrava sopito. Antonio Conte, l’allenatore del Napoli, al fischio finale non si è sottratto alle domande sul futuro della panchina azzurra, un argomento che lo vede direttamente chiamato in causa. Senza troppi infingimenti, anzi con una schiettezza che lo contraddistingue, il tecnico salentino ha risposto: «È giusto che il mio nome faccia parte di un lotto di candidati. Se fossi il presidente federale, mi prenderei in considerazione».
La candidatura implicita e il ruolo di De Laurentiis
A rendere meno velleitaria questa sorta di autocandidatura ci ha pensato, indirettamente, il presidente del Napoli. Aurelio De Laurentiis, interpellato sullo stesso tema, ha infatti dichiarato che se il ct chiedesse a lui il permesso per andare in federazione, lui glielo concederebbe: «Se me lo chiedesse, accetterei». Una frase, quest’ultima, che pesa come un macigno nel delicato equilibrio tra club e nazionale, perché toglie di mezzo l’ostacolo contrattuale – spesso il vero scoglio in situazioni simili – e lascia campo libero alla volontà del diretto interessato. La consapevolezza, del resto, è il tratto che contraddistingue l’ex ct: lui quella panchina l’ha già occupata tra il 2014 e il 2016, portando l’Italia a un’Europeo che rimase impresso per l’intensità e il sacrificio, e conosce l’ambiente come pochi altri.
Un precedente che parla chiaro
Proprio l’esperienza passata sulla panchina azzurra rappresenta il biglietto da visita più solido. Conte, al termine di quel ciclo, lasciò la nazionale per approdare al Chelsea, ma il ricordo del «miracolo» di Euro 2016 – quando un’Italia data per spacciata arrivò a un passo dall’eliminare la Germania campione del mondo – è ancora vivido negli addetti ai lavori. Le sue parole di ieri sera, «Sono già stato lì, conosco l’ambiente», non sono dunque una dichiarazione d’amore a cuor leggero, bensì la constatazione di un rapporto già collaudato. Non ci sono, nelle sue frasi, slanci retorici o promesse di svolte epocali: c’è invece la pragmatica ammissione che il proprio nome, in una rosa di candidati per il dopo-Spalletti (o per un eventuale cambio in corsa, a seconda delle evoluzioni), abbia un peso specifico innegabile.
Il contesto della corsa scudetto e il parere di Condò
Mentre a Napoli si celebra la rimonta sui rossoneri, Paolo Condò sulle colonne del «Corriere della Sera» ha offerto una lettura più ampia del trentunesimo turno di Serie A. Per il noto giornalista, la qualità della prestazione dell’Inter – specialmente nella reazione alle intemperie della partita – ha marchiato l’intero fine settimana, più dei risultati dei due big match che «hanno solo cancellato le (tacite) illusioni del Milan». Condò ha parlato di una «qualità superiore» della squadra di Simone Inzaghi, sottolineando come il rientro di Lautaro Martínez possa rappresentare una svolta decisiva per le residue quote scudetto ancora in palio. Il gol di Calhanoglu, poi, viene definito un episodio da «titolo», tanto è stato determinante negli equilibri della corsa. Ma al di là delle gerarchie del campionato, rimane sullo sfondo la suggestione di un ritorno: quello di Conte in azzurro, stavolta non da avversario sulla panchina di un club, ma da guida tecnica dell’intero movimento.




