Assemblea a Roma in difesa del Rojava, mentre l’esercito di Damasco avanza nel nord della Siria
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Redazione Esteri
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La Rete Kurdistan Roma ha convocato un’assemblea pubblica per il prossimo mercoledì, fissando l’appuntamento presso il noto centro socioculturale curdo Ararat, che da anni rappresenta un punto di aggregazione fondamentale per le iniziative solidali. L’obiettivo dichiarato, come si evince dalle parole d’ordine diffuse, è quello di mobilitare l’attenzione e il sostegno attorno a una causa considerata ormai urgente: “Difendere la democrazia del Rojava e contrastare l’attacco e i tentativi di occupazione”, i quali mirerebbero a smantellare l’esperienza rivoluzionaria del Confederalismo democratico. Un modello di autogoverno che, proprio in quelle terre martoriate, aveva trovato la sua più concreta applicazione, costruendo – non senza enormi sacrifici – una forma di società alternativa nel cuore di un Medio Oriente lacerato da conflitti.
L’avanzata governativa e la fine di un esperimento
Quell’esperimento, celebrato a livello internazionale soprattutto per il ruolo determinante svolto nella battaglia contro l’Isis, dalla liberazione di Raqqa all’epica resistenza di Kobane, si trova oggi a fronteggiare una pressione militare senza precedenti. L’esercito siriano, infatti, ha sferrato un’offensiva su vasta scala nel nord-est del paese, strappando alle forze curde ampie porzioni di territorio che per oltre un decennio avevano goduto di una sostanziale autonomia. L’avanzata di Damasco ha generato un nuovo esodo interno, costringendo migliaia di persone a spostarsi verso la città di Qamishli, dove non sono mancate manifestazioni di protesta contro l’estensione del controllo governativo, percepito da molti come la fine di un sogno di autodeterminazione.
I termini di un accordo che ridefinisce gli equilibri
La svolta decisiva, però, è giunta con la notizia di un accordo di cessate il fuoco, negoziato direttamente tra il governo siriano e le Forze Democratiche Siriane a predominanza curda. I termini dell’intesa, che alcuni osservatori interpretano come una capitolazione sotto la pressione delle armi, prevedono il ritiro delle unità curde verso est dell’Eufrate e il completo passaggio di città strategiche come Raqqa e Deir ez-Zor sotto l’autorità di Damasco. Non si tratta, tuttavia, di un semplice riassetto territoriale: l’accordo impone l’integrazione delle milizie curde nell’esercito nazionale, consegna allo Stato centrale la gestione dei delicatissimi dossier legati ai prigionieri dell’Isis e, soprattutto, sancisce il controllo governativo su valichi di frontiera, risorse energetiche e istituzioni civili, elementi che costituivano il fondamento stesso dell’autonomia.
Un futuro incerto e una mobilitazione solidale
Mentre sul campo le conseguenze di questo accordo si stanno dispiegando, ridefinendo equilibri di potere consolidati in anni di guerra, la mobilitazione della diaspora e dei sostenitori della causa curda cerca di reagire alla svolta. L’assemblea romana si inserisce proprio in questo contesto, tentando di tenere accesi i riflettori su una regione dove, dopo aver sconfitto il terrore jihadista, si rischia ora di vedere smantellato un progetto politico unico nel suo genere. Il timore, espresso da più parti, è che la progressiva normalizzazione sotto l’egida di Damasco cancelli non solo le conquiste amministrative, ma anche quel peculiare modello sociale – basato sulla parità di genere, l’ecologia e la democrazia di base – che aveva fatto del Rojava un caso studio per movimenti e ricercatori di tutto il mondo.




