Roma si mobilita per il Rojava, mentre in Siria l'autonomia curda si dissolve

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre i fatti sul campo in Siria segnano, in queste ore, una brusca e drammatica inversione di tendenza per le sorti del Kurdistan siriano, a Roma si prepara una mobilitazione per tentare di tenere alta l'attenzione su quella che viene definita un'esperienza rivoluzionaria sotto attacco. La Rete Kurdistan Roma ha infatti convocato un'assemblea pubblica, fissata per il 21 gennaio alle ore 18 presso il Centro socioculturale curdo Ararat, uno spazio di largo Dino Frisullo che da anni funge da punto di riferimento per la solidarietà internazionalista. L'obiettivo dell'incontro, come dichiarato dagli organizzatori, è quello di "difendere la democrazia del Rojava", contrastando quello che viene percepito come un attacco mirato a smantellare il progetto del Confederalismo democratico, un modello di autogoverno basato sulla democrazia diretta, l'ecologia e la parità di genere che per oltre un decennio ha retto le sorti della regione.

Il decennio dell'avamposto democratico

Quello che rischia di finire, con una rapidità che ha dell'abbagliante, è stato un esperimento unico nel panorama mediorientale, nato dalle ceneri del conflitto siriano. Il Rojava, ossia la regione a nord-est della Siria a maggioranza curda, era infatti riuscito a costruire, a dispetto della guerra civile, delle atrocità del regime di Damasco e della ferocia jihadista, una forma di autonomia amministrativa che molti osservatori hanno paragonato a un'avanguardia. La sua epopea, del resto, era entrata nell'immaginario collettivo globale soprattutto per il ruolo decisivo svolto dalle Unità di Protezione Popolare (YPG) nella lunga e sanguinosa battaglia per la liberazione di Raqqa, la capitale dello Stato Islamico, un'operazione condotta con l'appoggio determinante della coalizione a guida americana. La resistenza epica di Kobane, celebrata in documentari e pubblicazioni, ne aveva fatto un simbolo di resilienza.

L'offensiva e il crollo dell'autonomia

La situazione, tuttavia, è radicalmente mutata nelle ultime settimane, in seguito a un'ampia offensiva militare lanciata dalle milizie della Fazione Al Sharaa, una formazione il cui leader gode del sostegno congiunto di Turchia e Stati Uniti, quest'ultimi ora sotto la presidenza di Donald Trump. Le forze di Al Sharaa sono penetrate in profondità nel nord-est siriano, prendendo il controllo di due centri urbani strategici come Raqqa e Deir ez-Zor, città che non rappresentano solo importanti snodi geografici lungo il corso dell'Eufrate, ma che custodiscono nel loro sottosuolo e nei dintorni una riccheza fondamentale: i pozzi petroliferi e le risorse idriche, da sempre obiettivi primari in ogni contesa nella regione. La pressione militare è stata tale da costringere le forze curde a un ripiegamento, sancendo di fatto la fine dell'autonomia amministrativa del Rojava.

L'accordo che sancisce il ritorno di Damasco

Il epilogo di questa rapida evoluzione è stato un accordo di cessate il fuoco, raggiunto direttamente tra il governo di Damasco e le Forze Democratiche Siriane, l'alleanza a guida curda che aveva governato il territorio. I termini del patto, come riportato da diverse fonti, prevedono il ritiro delle milizie curde verso est dell'Eufrate e il passaggio completo del controllo di Raqqa e Deir ez-Zor sotto l'autorità del regime siriano. L'intesa, che segna un ritorno alla centralità dello Stato, stabilisce anche l'integrazione delle unità curde nelle strutture dell'esercito nazionale siriano, oltre alla gestione diretta da parte di Damasco di questioni delicate come la custodia dei prigionieri dell'Isis ancora detenuti nei campi della zona. Il governo, infine, riassume la piena autorità sui valichi di frontiera, sulle risorse energetiche e su tutte le istituzioni civili che per anni avevano operato in autonomia.

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