Il cessate il fuoco a Raqqa segna la fine dell'autonomia curda in Siria

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nelle strade di Raqqa, città simbolo per troppo tempo di un potere opposto a quello centrale, si sono levati nei giorni scorsi canti e manifestazioni di giubilo. Una reazione, questa, che segue di poche ore l’annuncio ufficiale di Damasco circa la firma di un cessate il fuoco con le Forze Democratiche Siriane, la milizia a predominanza curda che per oltre un decennio aveva governato ampie porzioni del nord-est del paese. L’accordo, per come è stato delineato dalle parti, non si limita a una semplice tregua armata, ma rappresenta piuttosto una capitolazione politica e militare: prevede, infatti, lo smantellamento completo delle SDF e l’integrazione dei suoi combattenti nelle strutture dell’esercito regolare e delle forze di sicurezza siriane, mentre ai vertici civili e militari del gruppo verrebbero riservate posizioni di prestigio all’interno delle istituzioni statali. Una mossa, quest’ultima, che Damasco ha spesso utilizzato per cooptare e neutralizzare potenziali avversari, assorbendone parzialmente le élite.

L'avanzata dell'esercito e lo smantellamento del Rojava

La trattativa, del resto, non è nata in un vuoto diplomatico, bensì sul campo di battaglia, dove la bilancia del potere si era già drasticamente spostata. Le tensioni, covate a lungo, erano esplose in scontri armati all’inizio del mese, spingendo l’esercito siriano a una rapida e massiccia avanzata verso est. L’offensiva, condotta con determinazione, ha permesso alle truppe governative di strappare ai curdi territori che godevano di un’autonomia de facto da quando, circa dieci anni fa, il controllo statale si era affievolito. In particolare, la presa di Raqqa e di Deir el-Zor, due centri urbani strategici situati lungo il corso dell’Eufrate, ha privato le SDF di nodi cruciali non solo dal punto di vista logistico, ma soprattutto economico, poiché quell’area è ricca di giacimenti petroliferi, di riserve idriche e di coltivazioni di grano.

Il flusso di sfollati e il malcontento latente

L’annessione di questi territori, che molti curdi identificavano con il progetto di autonomia del Rojava, ha generato ondate di sfollati, migliaia dei quali si stanno dirigendo verso Qamishli, considerata la principale città curda rimasta nella regione. Un esodo silenzioso che racconta, forse più delle dichiarazioni ufficiali, il timore di un ritorno sotto un’autorità percepita come ostile. Non a caso, proprio a Qamishli si sono registrate manifestazioni di protesta contro l’estensione del controllo dell’esercito siriano, segno che il malcontento persiste nonostante la firma degli accordi. Gli osservatori notano come questa transizione, per quanto pacifica sulla carta, porti con sé il peso di una storia di diffidenze reciproche e di rivendicazioni non ancora sopite.

Una riorganizzazione geopolitica regionale

La svolta in Siria assume una rilevanza che travalica i confini nazionali, inserendosi in un quadro geopolitico in rapida riorganizzazione. Con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, alla Casa Bianca, la politica estera americana nella regione ha mostrato segni di disimpegno e di riorientamento, un fattore che indirettamente ha lasciato maggiore spazio di manovra a Damasco e ai suoi alleati. La caduta del progetto autonomista curdo, peraltro, risponde anche agli interessi della Turchia, da sempre preoccupata da qualsiasi forma di autogoverno curdo ai suoi confini. Quel che emerge, in definitiva, è la fotografia di un equilibrio di potere profondamente mutato, dove l’iniziativa militare siriana ha saputo capitalizzare le circostanze internazionali per riconquistare, dopo anni, la piena sovranità su un’area ricca e strategicamente vitale per il futuro del paese.

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