Siria, beduini minacciano di riprendere gli scontri con i drusi se violato il cessate il fuoco
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
I combattenti beduini siriani hanno dichiarato domenica che torneranno a prendere le armi contro le milizie druse a Sweida se Hikmat Al-Hijri, leader della fazione drusa, non rispetterà gli accordi di tregua mediata dagli Stati Uniti. Dopo oltre una settimana di violenze, i clan beduini si sono ritirati dalla città, mentre i primi convogli umanitari – organizzati dalla Mezzaluna Rossa siriana – hanno iniziato a distribuire viveri, medicinali e carburante in un’area dove gli scontri hanno lasciato centinaia di vittime.
La fragile calma, però, potrebbe essere spezzata in qualsiasi momento. Le tensioni, che affondano le radici in rivalità storiche e divergenze politiche, sono esplose dopo che le milizie druse hanno accusato i gruppi beduini di aver attaccato i loro villaggi. Da parte loro, i sunniti sostengono di aver reagito a provocazioni mirate, in un conflitto che rischia di riaccendersi nonostante l’intervento diplomatico di Washington.
Intanto, sulle alture del Golan, il confine tra Israele e Siria è diventato per qualche ora un luogo di riconciliazione. Decine di drusi israeliani hanno varcato la linea divisoria per riabbracciare parenti che non vedevano da decenni, in un incontro reso possibile da un temporaneo allentamento delle restrizioni. Tra loro c’era chi, come un uomo intervistato dai media locali, non incontrava il fratello da ventitré anni. Quel gesto, però, non cancella le divisioni: pochi giorni prima, a Majdal Shams, la comunità drusa israeliana era scesa in piazza per protestare contro gli attacchi del governo siriano a Sweida, dimostrando quanto le identità nazionali e religiose restino profondamente frammentate.
Sul piano internazionale, l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack, ha confermato l’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Siria e Israele, dopo i raid israeliani contro obiettivi militari siriani legati alle violenze a Sweida. Un passo che, almeno sulla carta, dovrebbe ridurre le tensioni in una regione dove ogni escalation rischia di travolgere equilibri già precari.




