Il Rojava si arrende a Damasco, l'esperimento curdo entra in archivio
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Redazione Esteri
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Senza che un solo colpo venisse esploso, con la medesima rapidità con cui un tempo respinsero l'avanzata del cosiddetto Stato Islamico, le unità curde hanno aperto i cancelli delle loro roccaforti. Mezzi corazzati ed effettivi dell'esercito regolare siriano, quelli fedeli al presidente Ahmad al-Sharaa, hanno così fatto il loro ingresso a Hasakah, la capitale simbolica di quell'Amministrazione autonoma che per un decennio aveva rappresentato un esperimento unico di autogoverno nel nord-est del Paese. L'accesso, per quanto silenzioso e ordinato, sancisce una svolta storica e una ritirata strategica, dettata non da un conflitto armato ma dalle clausole di un accordo siglato il venerdì precedente, il quale prevede, tra le altre cose, la dissoluzione delle strutture autonome nella macchina statale di Damasco.
Il dispiegamento nelle ex roccaforti
L'avanzata governativa, che prosegue in queste ore verso Kobane – città divenuta emblema della resistenza contro l'Isis – e ha già raggiunto Qamishli, non si limita al solo controllo militare dei territori. Ad accompagnare i militari, infatti, sono state anche unità del Ministero dell'Interno, il cui compito è quello di assumere le funzioni di pubblica sicurezza e ordine nelle aree urbane, quelle stesse che fino a pochi giorni fa gestivano le proprie forze di polizia. Un passaggio di consegne amministrative che procede di pari passo con quello, più marcatamente simbolico, della presenza fisica delle truppe di al-Sharaa, le quali, con il loro dispiegamento, stanno materialmente cancellando i confini di quell'entità conosciuta come Rojava.
I termini dell'accordo di resa
L'intesa raggiunta, la cui firma ha preceduto di mere ventiquattr'ore l'ingresso delle prime colonne motorizzate, contiene punti che delineano una reintegrazione pressoché totale. Il cessate il fuoco, necessario premessa per qualsiasi negoziato, è stato soltanto il primo passo di un processo assai più complesso, il quale prevede l'inramento delle Syrian Democratic Forces – l'eterogenea coalizione a guida curda che per anni è stata il braccio armato dell'autonomia – all'interno dell'esercito nazionale siriano. Non solo: anche le istituzioni civili, che in quell'angolo di Siria avevano dato vita a un sistema basato sul confederalismo democratico, dovranno essere assorbite dal sistema governativo centrale, rinunciando quindi a qualsiasi prerogativa di natura legislativa o amministrativa.
Un epilogo annunciato per l'autonomia
Quello che si sta consumando sotto gli occhi della regione, dunque, è la fine definitiva di un progetto politico che aveva resistito sia alla guerra civile sia alla minaccia jihadista, trovandosi però, in ultima analisi, senza alcun alleato internazionale disposto a garantirne la sopravvivenza. La ritirata delle Sdf dalle posizioni chiave, del resto, non è stata caotica ma metodica, quasi a sottolineare la natura inevitabile di una transizione ormai matura. La regione, con le sue città e le sue infrastrutture, torna sotto la sfera di influenza diretta di Damasco, mentre le milizie che la difesero si apprestano a confluire in una struttura di comando non più loro, chiudendo un capitolo che per molti era parso, per un lungo periodo, irreversibile.




