Pierpaolo Capovilla, la kefiah come atto di testimonianza e la speranza che resiste nella lotta
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La cerimonia dei David di Donatello, giunta ormai a consolidare il proprio ruolo di vetrina annuale per il cinema italiano, si è tinta di simboli politici ben oltre il consueto scorrere dei ringraziamenti di rito. Tra gli smoking perfettamente allineati e i flash dei fotografi accorsi a Cinecittà, Pierpaolo Capovilla – candidato come miglior attore protagonista per «Le città di pianura» di Francesco Sossai – ha scelto di percorrere il red carpet con una kefiah avvolta attorno al collo. Non si è trattato, come ha voluto precisare lui stesso in più di un’occasione, di un vezzo estetico o di un accessorio casuale: «Non è una semplice sciarpa», ha dichiarato all’ANSA nel pomeriggio del 6 maggio, «è un gesto di testimonianza, di fratellanza nei confronti dei nostri fratelli, delle nostre sorelle in terra di Palestina». Una dichiarazione che, nelle ore precedenti l’annuncio dei vincitori, valeva già come presa di posizione netta.
La mancata vittoria e il disinteresse per il riconoscimento personale
Alla fine del lungo galà, il David per il miglior attore protagonista non è andato a Capovilla: il premio è stato infatti assegnato a Sergio Romano, anch’egli interprete dello stesso film «Le città di pianura». Una circostanza, questa, che del resto non sembra scalfire più di tanto l’artista. Lo si intuisce da un’intervista rilasciata proprio il pomeriggio del 6 maggio, ore prima della premiazione, nella quale l’ex frontman del Teatro degli Orrori ha spostato il baricentro dei propri interessi lontano dai riconoscimenti individuali. Ciò che gli interessa davvero, ha rivelato con una schiettezza non comune, è la lotta di classe, la poesia di Majakovskij, la fisicità del palco e, soprattutto, la possibilità di continuare a sperare. Una speranza, quella di Capovilla, che non si configura mai come attesa passiva ma come una forza che resiste fin quando si continua a lottare. Senza concessioni a facili entusiasmi, né a rassegnate conclusione.
La kefiah come protezione fisica e sopravvivenza morale
Le ragioni di quel gesto – indossare la kefiah in una cornice patinata come quella dei David – sono state ribadite dallo stesso attore e cantante con una formula tanto personale quanto incisiva. «Cosa indosso? È una kefiah, un simbolo di solidarietà e fratellanza, sorellanza e vicinanza nei confronti di coloro che soffrono della violenza armata», ha spiegato. E ha aggiunto, quasi a suggellare un’intimità che si fa dichiarazione pubblica, che il popolo palestinese resta «tristemente protagonista di questa resistenza nei confronti del nostro, perché è nostro, colonialismo». In quelle parole, la kefiah smette di essere un semplice capo d’abbigliamento per trasformarsi in un dispositivo duplice: protegge la gola dal freddo, dice Capovilla, ma «aiuta anche il mio cuore e la mia anima ad esserci ancora». Un’eco, questa, che rimanda a una resistenza interiore prima ancora che estetica.
Artisti e impegno collettivo: la Palestina torna protagonista sul palco
Non è stato un caso isolato, del resto. La serata dei David di Donatello 2026 ha visto una nutrita presenza di artisti che, come Capovilla, hanno voluto marcare il territorio con gesti espliciti di vicinanza alla Palestina. «È sempre importante portarla», ha insistito il cantante riferendosi alla kefiah, «non è una sciarpa e basta». Quella manifestazione diffusa di solidarietà – che ha attraversato il red carpet senza bisogno di striscioni o proclami formali – ha restituito l’immagine di un cinema italiano pronto a fare i conti con la propria funzione testimoniale. Nessuna ingenuità, nelle parole di Capovilla, ma la lucida consapevolezza che indossare un simbolo, in un contesto mediatico globale, equivale ancora a un atto di fratellanza concreta. E mentre la competizione per la statuetta seguiva il suo corso, ciò che restava impresso nelle dichiarazioni raccolte dall’ANSA era piuttosto quella ricerca di una speranza che, per dirla con le sue parole, continua ad abitare il cuore finché esiste una lotta da condividere.




