Garlasco, l’impronta e il Dna: tra suggestioni e realtà (almeno per ora)
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Redazione Interno
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Negli ultimi giorni, il cosiddetto caso Garlasco è tornato a occupare spazi nei media, tra servizi televisivi e quel circuito di infotainment giudiziario dove spesso si confondono fatti e ipotesi. A riaccendere i riflettori è un’indagine aggiuntiva avviata dalla Procura di Pavia, che ha riaperto un fascicolo già chiuso con la condanna in rito abbreviato a 16 anni per Alberto Stasi, ritenuto colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi.
Al centro delle nuove verifiche c’è l’“impronta 33”, rinvenuta nella villetta di Garlasco dove nel 2007 fu trovato il corpo senza vita della giovane. Secondo gli accertamenti, quella traccia – resa visibile con la ninidrina – corrisponderebbe al palmo destro di Andrea Sempio, per «15 minuzie dattiloscopiche». Ma c’è un dettaglio che solleva interrogativi: come ha precisato il procuratore Fabio Napoleone, l’impronta sarebbe stata «grattata in parte con un bisturi sterile», senza che se ne conosca il motivo. Un elemento che, per la famiglia Poggi, ridimensiona il peso della scoperta: «Non è decisiva», hanno fatto sapere.
A criticare apertamente il metodo d’indagine è Marzio Capra, genetista già consulente nel caso Yara Gambirasio e da sempre al fianco dei parenti della vittima. «Se consideriamo scientifiche analisi di parte contenute in una consulenza della Procura», ha dichiarato all’Adnkronos, «allora cosa dovremmo dire delle risultanze del Ris di Parma, ottenute in contraddittorio tra le parti?». Capra avverte: «Se si accetta l’idea che le ultime analisi siano automaticamente le più attendibili, allora dovremmo riesaminare ogni omicidio».




