Garlasco, sull’impronta 33 si accende lo scontro tra consulenti: "Sudore, non sangue"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La battaglia tecnica sull’impronta 33, elemento chiave nell’inchiesta sul delitto di Chiara Poggi a Garlasco, si è ulteriormente radicalizzata dopo il rifiuto della procura di Pavia di concedere l’incidente probatorio richiesto dalla difesa di Andrea Sempio e dalla famiglia della vittima. I consulenti nominati dai legali di Sempio, Luciano Garofano e Luigi Bisogno, hanno depositato un’integrazione alla loro relazione in cui smontano l’ipotesi dell’accusa: quella che i pm considerano sangue sarebbe, secondo loro, semplice sudore.

L’impronta, rinvenuta sul muro della scala che conduce alla cantina dove il corpo di Chiara Poggi fu trovato il 14 agosto 2007, è stata attribuita a Sempio dai periti della procura Giampaolo Iuliano e Nicola Caprioli. La macchia ipotenare – la zona del palmo alla base del pollice – è al centro del contendere: per i consulenti della difesa si tratterebbe di un "accumulo fisiologico" lasciato dal contatto con la superficie, non di una traccia ematica. Una divergenza che mina uno dei cardini dell’indagine, visto che l’attribuzione dell’impronta a Sempio ha contribuito a riaprire il caso nel 2022, dopo anni di stallo.

Garofano e Bisogno, già noti per aver lavorato in altri processi ad alta visibilità, sostengono che le analisi chimiche escluderebbero la presenza di emoglobina. "La colorazione riscontrata – scrivono – è compatibile con secrezioni cutanee, non con fluidi biologici di origine ematica". Una tesi che contrasta frontalmente con le conclusioni dei consulenti del pm, secondo i quali la posizione e la morfologia della traccia sarebbero indicative di un gesto violento.

La difesa, rappresentata dagli avvocati Massimo Lovati e Angela Taccia, ha chiesto senza successo un nuovo esame per fugare ogni dubbio. La procura, respingendo la richiesta, ha ribadito la validità delle indagini già svolte, lasciando che la disputa si risolva in aula. Intanto, Sempio – che ha sempre negato ogni coinvolgimento – resta indagato, mentre la famiglia Poggi insiste per una verità giudiziaria definitiva, dopo 17 anni di attesa.

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