Garlasco, procura stronca la tesi del sangue sull’impronta 33: "Nessun accertamento possibile"
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Redazione Interno
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La procura di Pavia ha respinto senza mezzi termini la richiesta di incidente probatorio avanzata dai legali della famiglia Poggi riguardo all’"impronta 33", rinvenuta sulla parete delle scale della villetta di Garlasco dove, il 13 agosto 2007, fu trovato il corpo senza vita di Chiara Poggi. Con una decisione depositata il 2 luglio ma resa nota solo ora, i magistrati hanno chiarito che su quella traccia palmare "non è possibile procedere ad accertamenti biologici", affossando così l’ipotesi – sostenuta da alcuni – che si trattasse di un segno lasciato da una mano destra insanguinata.
La vicenda, che da anni tiene banco nel processo per l’omicidio della giovane, aveva visto riaccendersi il dibattito dopo che la difesa di Alberto Stasi, fidanzato della vittima e unico imputato, aveva annunciato l’intenzione di presentare una perizia per dimostrare la presenza di sangue sull’impronta. Un’eventualità che, se confermata, avrebbe potuto riaprire scenari investigativi finora considerati marginali. Ma la procura, intervenendo con un atto netto, ha sbarrato la strada a ulteriori analisi, sostenendo l’impossibilità tecnica di condurre esami decisivi.
Quella dell’impronta 33 è una delle questioni più controverse del caso, spesso evocata da chi contesta la ricostruzione accusatoria. Trovata in un punto cruciale della casa – le scale che portano alla taverna, teatro del delitto –, era stata inizialmente catalogata tra i reperti senza che ne venisse accertata l’origine. Negli anni, mentre Stasi veniva condannato in primo grado e poi assolto in appello, la famiglia Poggi aveva continuato a insistere per nuovi esami, convinta che potessero emergere elementi trascurati.




