Papa Francesco, "I martiri non si lasciano uccidere per debolezza"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il giorno dopo Natale, la Chiesa celebra la festa di Santo Stefano, il primo martire cristiano, una figura che, sebbene apparentemente debole e impotente di fronte alla violenza subita, rappresenta un esempio di "uomo veramente libero". Papa Francesco, durante l'Angelus, ha ricordato come Stefano, negli ultimi attimi della sua vita, pregasse per coloro che lo stavano lapidando, dimostrando una forza interiore che trascende la semplice resistenza fisica.

Dopo aver visitato il carcere di Rebibbia e aperto la speciale porta santa, il Papa si è affacciato dal Palazzo Apostolico per recitare l’Angelus in occasione della festa di Santo Stefano protomartire. Ha definito il carcere come "la cattedrale del dolore e della speranza", sottolineando l'importanza della remissione dei debiti, una delle azioni che caratterizzano i Giubilei. Francesco ha incoraggiato tutti a sostenere la campagna di Caritas internationalis intitolata "Trasformare il debito in speranza", mirata a sollevare i Paesi oppressi da debiti insostenibili e promuovere lo sviluppo.

Il Papa ha inoltre evidenziato come, ancora oggi, molti siano perseguitati per il Vangelo fino alla morte, ribadendo che i martiri non si lasciano uccidere per difendere un'ideologia, ma per sostenere un "dono di salvezza" che non deve lasciare nessuno escluso. La celebrazione di Santo Stefano, che segue immediatamente quella della nascita di Gesù, è motivata dalla volontà di onorare i "comites Christi", ovvero i santi più vicini a Gesù sulla terra e i primi a testimoniare il suo operato attraverso il martirio.

In questo contesto, la figura di Santo Stefano, dipinta da Giotto e conservata nel museo di Firenze, emerge come simbolo di una fede incrollabile e di una libertà interiore che sfida la violenza e l'oppressione.

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