Il 25 aprile tra spari a Roma e insulti a Milano, il silenzio della premier sul “caso Anpi”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Festa della Liberazione, quella che l’81esima edizione, consegna all’Italia un quadro di fratture profonde e paradossi inquietanti, spesso sintetizzati nella celebre definizione dei “due volti dello stesso eterno fascismo”. Il primo, emerso con violenza a Roma, è quello – materiale e nascosto – di un uomo che, a volto coperto da un casco integrale e a bordo di uno scooter, ha scelto di aprire il fuoco con una pistola ad aria compressa contro una coppia di sessantenni iscritti all’Anpi. Le vittime, colpite al volto, al collo e alle mani mentre si trovavano in via delle Sette Chiese, hanno riportato ferite non gravi; la Digos, nel frattempo, ha avviato accertamenti tecnici (tra cui il recupero di alcuni pallini) per risalire all’aggressore, fuggito subito dopo il gesto.

Il secondo volto, altrettanto grave ma esibito alla luce del sole, lo si è visto invece a Milano, dove la folla ha letteralmente estromesso dal corteo la Brigata ebraica tra insulti agghiaccianti – alcuni dei quali richiamavano esplicitamente la “soluzione finale”, come l’urlo “saponette mancate” che ha offeso la memoria delle vittime della Shoah. Una folla compatta, ripresa senza veli dai telefonini, ha trasformato una ricorrenza dedicata alla resistenza contro il nazifascismo in un palcoscenico di odio razzista, costringendo i rappresentanti della comunità ebraica ad abbandonare la piazza. A questi due episodi centrali, se ne aggiunge un terzo, che riguarda l’aggressione verbale e fisica ai danni di manifestanti che sventolavano bandiere ucraine, bersagliati con insulti e spray al peperoncino da attivisti filo-palestinesi.

Eppure, di fronte a questo trittico di violenza che ha insanguinato e disonorato il 25 aprile, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto un registro comunicativo che appare – secondo le prime analisi politiche – selettivo. Se nei suoi canali social la premier ha condannato l’allontanamento della Brigata ebraica (definendolo “indegno”), stigmatizzato le aggressioni a chi portava la bandiera ucraina e persino trovato il tempo di esprimere solidarietà a Donald Trump (a seguito di un episodio di cronaca a Washington), la sua penna è rimasta inspiegabilmente asciutta riguardo agli spari di Roma. Una dimenticanza, quella dei due feriti dell’Anpi, che non è passata inosservata: esponenti politici di opposizione (come Nicola Fratoianni e Carlo Calenda) hanno parlato di “silenzio imbarazzante” o di “furbetteria”, sottolineando come la premier abbia elencato minuziosamente tutti gli altri disordini, tranne quello che ha visto protagonista una pistola spianata contro dei sessantenni.

C’è poi una terza immagine, forse meno cruenta ma altrettanto simbolica, arrivata nella Capitale il giorno prima della ricorrenza: quella di una scritta cubitale (“25 aprile, partigiano infame”) comparsa sui muri del municipio VII, quasi a preparare il terreno ideologico per l’agguato del giorno successivo. Se a Roma l’attentatore ha operato nell’ombra (e le indagini sono ancora in una fase preliminare, con la Procura che valuta l’ipotesi di reato di lesioni aggravate), a Milano la violenza è stata collettiva e a viso aperto, un fenomeno che il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, non ha esitato a definire “sconcertante”, soprattutto se paragonato alla calma apparente di chi, al governo, sembra vedere solo un lato del problema.

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