Il governo Meloni inchiodato alle sue contraddizioni: la denuncia di Floridia sul fronte social

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre il Regno Unito, con una mossa a dir poco epocale annunciata direttamente dal primo ministro Keir Starmer, si appresta a vietare l’accesso ai social network ai minori di 16 anni, l’Italia sembra procedere a ritmo di gambero su un fronte che i più attenti definiscono di salute pubblica.

La decisione di Londra, che prevede non solo un blocco secco ma anche l’introduzione di un “coprifuoco digitale” per i giovani fino a diciassette anni, ha riacceso i riflettori sull’immobilismo di palazzo Chigi, un immobilismo che la senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Floridia ha descritto senza mezzi termini come la conseguenza di una sudditanza politica e tecnologica.

La parlamentare, interpellata su questo tema caldo, non ha usato giri di parole nell’attribuire al governo di Giorgia Meloni la colpa di essere rimasto sostanzialmente succube degli interessi delle Big Tech americane, quelle stesse piattaforme che il premier laburista ha invece deciso di sfidare frontalmente per restituire "l’infanzia" ai bambini.

Il paradosso italiano tra annunci e ritardi

La denuncia di Floridia affonda le sue radici in una cronaca parlamentare recente quanto, a dirla tutta, sconcertante per le continue giravolte. Solo pochi mesi fa, il governo aveva dato il suo sostegno a un disegno di legge (il ddl 1136) firmato da Fratelli d’Italia, un testo che giaceva inspiegabilmente congelato in Commissione da quasi sei mesi.

Dopo le pressioni seguite ai tragici fatti di Trescore, dove uno studente tredicenne ha accoltellato un’insegnante, l’esecutivo aveva annunciato un giro di vite imminente, salvo poi fare marcia indietro e lasciare campo libero al Parlamento, un viavai che secondo la senatrice grillina maschera solo la volontà di non inimicarsi i colossi del web. “Il governo – ha spiegato Floridia in un’intervista – fonda il suo consenso anche sulle scelte algoritmiche di alcuni social, e assecondare i colossi digitali rientra nelle metriche di Meloni”.

Ecco perché, a suo avviso, non c’è alcun interesse a promuovere provvedimenti che tutelino i cittadini a scapito delle piattaforme.

L’ombra delle Big Tech e le scelte di politica estera

Quel che emerge da questo scontro, al di là delle dichiarazioni di facciata, è un quadro geopolitico ben preciso che vede l’Italia posizionarsi in una sorta di terra di nessuno legislativa. Mentre l’Australia ha aperto la strada con la sua legge storica e l’Europa spinge per regole più severe, l’attenzione si sposta inevitabilmente sui rapporti commerciali e diplomatici con Washington, dove Donald Trump siede alla Casa Bianca ormai da oltre un anno.

Non è un dettaglio da poco, ricorda Floridia, se la premier Meloni si sia già spesa in passato contro la web tax durante i negoziati sui dazi. Per il Movimento 5 Stelle, questa è la prova che l’esecutivo preferisce assecondare i piani delle aziende guidate da figure vicine alla nuova amministrazione americana piuttosto che ascoltare la pressione delle associazioni di genitori e degli psicologi, che da tempo parlano di dipendenze comportamentali e rischi per la salute mentale degli adolescenti.

La strategia del governo, dunque, sembra essere quella di rinviare il più possibile una decisione strutturale, o quantomeno di scaricare la patata bollente sul Parlamento dove le proposte di legge, sebbene numerose e bipartisan, rischiano di arenarsi in una palude di emendamenti e scarica barile tra Roma e Bruxelles. Se da un lato la presidente del Senato Ignazio La Russa invoca una proposta comune a livello europeo, dall’altro Meta e TikTok hanno già prontamente contestato la giurisdizione nazionale, dimostrando, se ce ne fosse bisogno, la loro forza contrattuale.

Una forza, quella dei giganti del web, che secondo la senatrice del M5S trova un terreno fertile in un esecutivo più attento a non perdere il favore degli algoritmi che a proteggere le fasce più deboli della popolazione.

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