Meloni ferma il rinnovo con Israele, Floridia: “Ci è voluto un referendum per svegliarla”
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Redazione Interno
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La presidente del Consiglio, arrivando al Vinitaly di Verona, ha annunciato la sospensione del rinnovo automatico del memorandum di difesa che lega l’Italia a Israele. Un’intesa, quella in scadenza proprio il 13 aprile, che senza un intervento formale si sarebbe tacitamente prolungata fino al 2031; e invece, come spiegato dalla stessa premier, “in considerazione della situazione che stiamo vivendo”, il governo ha deciso di interrompere il meccanismo di rinnovo. A scrivere la lettera di disdetta all’omologo israeliano sarebbe stato il ministro della Difesa, un passo che rappresenta una frenata netta rispetto alla linea di fermo sostegno tenuta finora dall’esecutivo nonostante le critiche internazionali e le pressioni interne.
La stoccata del M5S: “Una scelta tardiva, frutto della pressione popolare”
Se l’annuncio di Meloni rappresenta una svolta nei fatti, per l’opposizione si tratta soprattutto di un atto dovuto e arrivato in ritardo. La senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Floridia, con il consueto piglio tagliente, ha commentato la decisione sottolineando come sia stato necessario l’esito del referendum – quello che ha visto una massiccia partecipazione contro le politiche del governo – per smuovere le acque. “Ci voleva il referendum per fare svegliare Giorgia Meloni”, ha dichiarato Floridia, ricordando che la richiesta di interrompere i rapporti militari con Tel Aviv arrivava da tempo, mentre il genocidio nella striscia di Gaza procedeva in spregio a ogni norma del diritto internazionale. La senatrice ha poi aggiunto un’accusa politica precisa: quella di tentare di “rifarsi il trucco” con una mossa che, a suo avviso, arriva quando ormai il danno d’immagine è stato fatto, criticando inoltre il presunto fallimento del governo nel gestire i delicati equilibri diplomatici, incluso il rapporto con gli Stati Uniti.
I retroscena di un’intesa sempre più insostenibile
L’accordo di difesa, ratificato dall’Italia nel lontano 2005, prevedeva una cooperazione a tutto campo: dalla formazione militare alla ricerca tecnologica, fino allo scambio di materiali bellici. Un patto che, di fatto, ha retto per anni blindato dalle maggioranze parlamentari, ma che negli ultimi mesi era diventato un’ossessione per l’esecutivo. Diverse circostanze hanno reso insostenibile il silenzio di Roma: da un lato, l’attacco israeliano ai soldati italiani dell’Unifil in Libano – un episodio che la premier aveva definito “inaccettabile” – dall’altro, la crescente mobilitazione della società civile che chiedeva il rispetto dei diritti umani e la fine della complicità nelle operazioni militari. La sospensione, pur non essendo una rottura definitiva, interrompe un automatismo che avrebbe blindato la cooperazione per i prossimi cinque anni, lasciando invece ora un margine di manovra politica che prima non esisteva.
Il peso del referendum e il cambio di rotta obbligato
A rendere plasticamente evidente il mutamento di clima, oltre agli eventi bellici, è stato proprio il peso dell’urna. La notizia della sospensione arriva all’indomani di una tornata referendaria che ha visto la mobilitazione di milioni di italiani, un segnale che le opposizioni, a cominciare dal M5S di Giuseppe Conte, hanno rivendicato come determinante. “Dove due anni e mezzo di genocidio non erano bastati, è arrivato il vostro voto”, aveva scritto Conte poche ore prima, rivendicando che senza quella spinta popolare Meloni avrebbe probabilmente lasciato scattare il rinnovo in silenzio. Per il governo, insomma, il costo politico di restare impassibili di fronte ai raid israeliani e alle colonie illegali in Cisgiordania era diventato semplicemente troppo alto da pagare, anche per una maggioranza che fino a ieri sembrava blindata. La scelta di Verona, dunque, più che un atto di coraggio, appare agli occhi degli osservatori come una necessaria presa d’atto di un fallimento: quello di una “pontiera” che, nel tentativo di tenere insieme fedeltà atlantica e posizioni mediterranee, ha dovuto infine cedere alla realtà dei fatti.




