Putin isolato tra guerra e crisi economica, la rabbia dei fedelissimi: «Rischio catastrofe»
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Redazione Esteri
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La spesa per la guerra in Ucraina, lo si apprende da una lettera ottenuta e pubblicata dal Financial Times, è destinata a far saltare il bilancio della Federazione Russa per l’anno in corso con uno sforamento di almeno 2.000 miliardi di rubli, l’equivalente di quasi 24 miliardi di euro, una cifra destinata a salire fino a 4.000 miliardi in uno “scenario negativo”. Questa voragine finanziaria, che ha già portato il deficit nei primi quattro mesi del 2026 a toccare i 5.
900 miliardi di rubli – un dato che da solo supera l’intera previsione di indebitamento annuale – sta costringendo il Cremlino a congelare la spesa pubblica in settori ritenuti non essenziali, con l’obbligo di operare tagli pesantissimi anche nei prossimi due anni. A nulla è servito, almeno per ora, il bonus finanziario derivante dall’impennata del prezzo del petrolio legata alla crisi in Medio Oriente: Mosca, non riuscendo più a far quadrare i conti, ha iniziato a intaccare le sue stesse riserve strategiche, trasformando in liquidità una parte consistente delle disponibilità auree.
Le vendite d’oro da parte della banca centrale, secondo dati raccolti da Reuters, hanno raggiunto i livelli più bassi dal 2022, un segnale inequivocabile che la macchina bellica sta divorando le fondamenta su cui poggia la stabilità economica del Paese.
L’economia di guerra e il macigno sui conti pubblici
Se è vero che la guerra è costata cara, le cifre che emergono oggi raccontano di un peso ormai quasi insostenibile per un’economia già provata dalle sanzioni. Oltre la metà della spesa di bilancio Federale, come riportano le analisi degli istituti finanziari, è stata risucchiata dal comparto della difesa e della sicurezza, lasciando sempre meno ossigeno per la sanità, l’istruzione e le infrastrutture. Il malcontento per questa situazione, anche se ancora soffocato dal rigido controllo dell’informazione, comincia a serpeggiare tra le élite economiche e i funzionari statali.
L’Unione russa degli industriali e degli imprenditori, ad esempio, ha recentemente contestato le modalità con cui il governo assegna gli asset produttivi delle aziende occidentali confiscate, un meccanismo, secondo quanto scritto dal quotidiano Kommersant, che favorisce principalmente gli interessi di chi è vicino al Cremlino e non sempre garantisce una gestione competente delle stesse.
Questi mormorii di dissenso rappresentano una crepa in quel fronte apparentemente compatto che per oltre venticinque anni ha sostenuto il potere del presidente, dimostrando come la tensione sulla gestione delle risorse stia diventando un’arma a doppio taglio perfino per i fedelissimi.
L’isolamento politico e la rabbia silenziosa dell’apparato
A peggiorare il quadro, poi, c’è l’evidente isolamento internazionale e politico di Vladimir Putin, un fattore che amplifica la percezione di una strategia priva di una via d’uscita chiara dal conflitto. L’alleanza con Viktor Orbán in Ungheria, un tempo solida, vacilla, e i tradizionali partner dell’ex spazio sovietico, come l’Armenia o il Kazakistan, hanno intrapreso percorsi diplomatici autonomi allontanandosi dall’orbita di Mosca.
Questo progressivo abbandono – reso ancora più evidente dalla partecipazione ridotta all’ultima parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa, dove le misure di sicurezza sono state inasprite per timore di attacchi ucraini – ha alimentato un senso di frustrazione all’interno degli stessi apparati statali. Tra i ranghi della nomenclatura russa cresce la convinzione che il presidente non abbia più il polso della situazione, o peggio, che continui a trascinare la nazione in una spirale pericolosa di scelte ritenute “autodistruttive”.
Non si parla ancora apertamente di successione o di cospirazioni, ma l’inerzia al vertice – dove qualsiasi decisione appare paralizzata dalla paura di ammettere la sconfitta – sta logorando la pazienza di quanti dovrebbero, per loro stessa natura, garantire la governabilità del sistema.
La sfida interna e il costo umano nascosto
Nonostante l’apparente immobilismo, la tensione si misura anche nei dati economici grezzi e nei costi umani che la macchina bellica richiede. La Banca centrale è stata costretta a ridurre le scorte di valuta estera e a vendere oro per importare beni e sostenere il rublo, mentre l’inflazione galoppante annulla il potere d’acquisto dei cittadini, i quali, di fronte allo svuotamento dei centri commerciali e alla fuga dei brand occidentali, ripiegano su prodotti alternativi spesso di provenienza cinese.
Le perdite sul campo, inoltre, continuano a essere pesantissime, e la necessità di offrire bonus sempre più alti per attirare nuovi volontari rappresenta un ulteriore salasso per le casse dello Stato, assieme agli indennizzi per le famiglie dei caduti. In questo contesto, l’appello di una nota influencer russo, capace di raccogliere milioni di ascoltatori con le sue critiche alla censura su internet e alle difficoltà economiche quotidiane, è solo la punta dell’iceberg di una frustrazione diffusa.
La guerra in Ucraina, ormai entrata nel suo quinto anno, non è più solo un’operazione militare speciale raccontata dalla propaganda, ma una voragine finanziaria e politica che sta risucchiando le ultime certezze del regime di Putin.




