Salari in Italia, dal 1990 persi il 6,6% in termini reali
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Redazione Interno
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I salari in Italia sono diminuiti del 6,6% in termini reali dal 1990 a oggi nel settore privato, secondo uno studio dell’Ufficio parlamentare di bilancio sulle retribuzioni degli ultimi trent’anni. Il rapporto evidenzia che, nonostante la crescita degli stipendi dal punto di vista nominale, il valore effettivo delle retribuzioni è stato eroso dall’inflazione, portando il lavoratore medio a guadagnare meno rispetto a 36 anni fa. Il dato riguarda le retribuzioni lorde e fotografa una dinamica che ha interessato il mercato del lavoro italiano nel lungo periodo.
Lo studio sulle retribuzioni e l’effetto dell’inflazione
L’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio mostra come gli stipendi italiani siano rimasti sostanzialmente fermi dal 1990, con una riduzione delle retribuzioni lorde reali tra il 1990 e il 2026 pari al 6,6%. Il confronto con l’aumento dei prezzi evidenzia il peso dell’inflazione sul potere d’acquisto dei lavoratori, perché gli aumenti nominali non sono stati sufficienti a mantenere invariato il valore reale dei salari. Lo studio segnala inoltre l’influenza di alcuni elementi del mercato del lavoro, tra cui l’eccessiva segmentazione e la diffusione del lavoro part time, che hanno inciso negativamente sul risultato complessivo.
Il rapporto evidenzia anche differenze tra le fasce di reddito. L’erosione dei salari ha colpito in modo meno intenso i redditi più bassi, che hanno beneficiato delle riforme dell’Irpef del 2014 e del 2025, mentre l’impatto è stato maggiore sui redditi medio alti. La componente fiscale è quindi intervenuta sulla distribuzione dei redditi, ma non ha modificato il quadro generale delle retribuzioni reali, che restano inferiori rispetto al passato.
Il confronto internazionale e le reazioni ai dati
Il confronto con gli altri Paesi evidenzia una distanza significativa: secondo i dati citati nello studio, dal 1990 al 2024 le retribuzioni lorde reali in Italia sono diminuite dell’1,6%, mentre nei Paesi OCSE sono cresciute mediamente del 35%. Il quadro emerso dal rapporto ha portato a diverse reazioni politiche, con commenti concentrati sulla difficoltà dell’Italia nel sostenere la crescita dei salari e nel costruire interventi strutturali sul lavoro.
Franco Mari, esponente di AVS, ha commentato i dati sostenendo che la situazione dei redditi da lavoro in Italia è negativa e che gli interventi sull’Irpef non sono stati sufficienti a cambiare la situazione. Secondo Mari, negli anni i governi hanno utilizzato soprattutto strumenti fiscali per cercare di contrastare il calo degli stipendi, ricorrendo alle risorse della fiscalità generale.
Anche Emma Petitti, consigliera regionale del PD, ha commentato lo studio dell’Ufficio parlamentare di bilancio sottolineando la riduzione delle retribuzioni e le conseguenze sui diversi settori economici. Secondo Petitti, i dati mostrano l’assenza di una politica del lavoro orientata alla difesa e alla crescita dei salari, con effetti che possono riflettersi anche sul turismo.
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