Il “kill switch” digitale che gli Usa possono azionare sull’Europa (e l’Italia è tra i paesi più esposti)
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Redazione Esteri
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Il Regno Unito, che pure della Nato rappresenta uno dei pilastri militari e politici più vicini a Washington, ha di recente quantificato in cifra tonda la propria esposizione: contratti con Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale che sfiora 1,1 miliardi di euro. Non è, quella inglese, una scelta isolata, bensì il sintomo di una tendenza diffusa, la stessa che vede l’esercito tedesco legato a Google e la Polonia – altro fronte caldo dello scacchiere orientale – firmare con Microsoft. Dietro questi accordi, spesso giustificati con l’efficienza e la scalabilità del cloud americano, si nasconde una vulnerabilità strutturale: esiste un cosiddetto “interruttore di spegnimento”, un kill switch digitale nelle mani degli Stati Uniti che potrebbe, da un momento all’altro, interrompere i servizi tecnologici sui cui interi apparati di difesa europei hanno scelto di fare affidamento. L’Italia, va detto senza giri di parole, figura tra i paesi a più alto rischio, anche se il dibattito pubblico, da queste parti, fatica a tradurre la consapevolezza tecnica in decisioni politiche concrete.
A gettare luce sulla portata del fenomeno ci ha pensato un’analisi intitolata “Cloud Defence – An Exposed European Flank”, realizzata nell’ambito del progetto FoTI (Failure of Transparency Initiative) e ripresa dall’agenzia Analisi Difesa. Il quadro che ne emerge è impietoso: oltre tre quarti dei paesi europei affidano a provider cloud statunitensi funzioni che definire critiche è persino riduttivo, perché toccano il cuore della sicurezza nazionale. Il meccanismo del kill switch, temuto da tempo dagli esperti di sovranità digitale, non è una teoria da complottisti, bensì una possibilità contrattuale e tecnica ben definita: un’interruzione dell’accesso ai dati remoti che potrebbe scattare in risposta a tensioni geopolitiche, sanzioni o semplici disallineamenti strategici. Il governo britannico, attraverso il lavoro di Open Rights Group (ORG) sostenuto da una pattuglia trasversale di parlamentari, ha già avvertito che la dipendenza da un numero ristretto di Big Tech espone i datacenter critici, il software operativo e persino le infrastrutture logistiche a un rischio inaccettabile per la sicurezza nazionale. E ha chiesto ai partner europei – tra cui l’Italia – di seguire la strada di chi spinge per l’adozione di tecnologie open standard.
L’unico esempio virtuoso, in questo panorama dominato da contratti miliardari e da una sostanziale rassegnazione tecnologica, arriva dall’Austria. Vienna ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice, dimostrando che – almeno sul piano della produttività e della gestione documentale – un’alternativa esiste ed è percorribile. Nessuno, però, può sapere se quella scelta verrà estesa ai sistemi più delicati, né se altri paesi avranno il coraggio di imitarla. Per l’Italia la questione è duplice: da un lato, la dipendenza dai servizi cloud americani nelle funzioni di difesa e intelligence è ormai un dato acquisito, dall’altro la recente rottura diplomatica con la seconda amministrazione Trump (rieletto ormai da più di un anno, tanto che la sua vittoria non costituisce più una notizia) espone Roma al rischio concreto di sanzioni digitali e di un aumento dei prezzi per le licenze e l’accesso alle piattaforme. Senza leggi comunitarie vincolanti, la tanto sbandierata “fuga dal cloud” resta un processo affidato alla buona volontà dei singoli stati, e quindi destinato a procedere a rilento.
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