Peter Gabriel, Roger Waters e la lettera che chiede il boicottaggio di Eurovision
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L’onda lunga della protesta, quella che negli ultimi mesi aveva già lambito i palchi delle finali nazionali e spinto cinque emittenti pubbliche (quelle irlandese, islandese, slovena, olandese e spagnola) a ritirarsi, ha finalmente trovato una sintesi corale nel mondo della musica internazionale. A poco meno di un mese dalla finale in programma il 16 maggio a Vienna, l’organizzazione “No Music for Genocide” ha pubblicato una lettera aperta che ha già raccolto oltre mille firme, e tra i nomi più noti spiccano quelli di Peter Gabriel, Roger Waters, Paul Weller e Brian Eno. L’appello, che circola in queste ore tra gli addetti ai lavori e i fan più accaniti della kermesse, non lascia spazio a interpretazioni ambigue: il boicottaggio è l’unica strada percorribile finché l’European Broadcasting Union (EBU) non deciderà di escludere Israele dalla competizione, applicando a Tel Aviv lo stesso criterio usato nel 2022 per Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina.
Il paragone con la Russia e l’accusa di doppio standard
La lettera, promossa dal collettivo No Music for Genocide, non si limita a una generica richiesta di esclusione, ma scardina il principio di neutralità che l’EBU ha sempre rivendicato come suo marchio di fabbrica. I firmatari, tra cui troviamo anche Massive Attack, Kneecap, Sigur Rós, Macklemore e Nadine Shah, contestano quella che definiscono una palese “ipocrisia”. Nel documento si ricorda come, tre anni fa, la stessa organizzazione abbia bandito la Russia perché la sua presenza avrebbe “disonorato la competizione”, mentre oggi, nonostante il perdurare del conflitto a Gaza, la partecipazione israeliana viene regolarmente tollerata. Una disparità di trattamento che, secondo i sottoscrittori, svuota di significato qualsiasi proclama di apoliticità, trasformando il palco dell’Eurovision in una piattaforma di normalizzazione culturale per azioni descritte nella missiva come “genocidio, blocco e brutale occupazione militare”.
Il ruolo dell’EBU e la posizione della delegazione italiana
Mentre l’EBU, dal canto suo, continua a sostenere che la manifestazione debba restare un terreno neutrale dove la musica unisce i popoli al di là delle dispute geopolitiche, il fronte del dissenso si allarga a macchia d’olio. Eppure, in questo mare di polemiche che rischia di travolgere la 70ª edizione in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio, emerge una voce decisamente controcorrente. Si tratta di quella di Sal Da Vinci, il cantante napoletano che rappresenta l’Italia con il brano “Per sempre sì”. Mentre i big internazionali imbracciano la penna (e la spilletta) della protesta, l’artista campano ha chiarito, senza troppi giri di parole, che non ha alcuna intenzione di rinunciare all’occasione. Una presa di posizione, la sua, che alimenta ulteriormente il dibattito nel Vecchio Continente, dividendosi tra chi vede nel ritiro un atto dovuto di coerenza morale e chi, invece, rivendica la separazione tra arte e politica.
Un fronte compatto che guarda al 16 maggio
La mobilitazione, coordinata a livello internazionale, non si limita alla semplice petizione: gli artisti chiedono esplicitamente ai lavoratori del settore (dalle troupe tecniche ai produttori degli eventi di visione collettiva) di rifiutare qualsiasi forma di collaborazione finché l’emittente israeliana KAN non verrà espulsa dall’alveo dell’Unione. I firmatari esprimono solidarietà agli storici boicottaggi culturali, come quello contro il Sudafrica dell’apartheid, e rilanciano l’appello lanciato dalle organizzazioni palestinesi. Con il countdown ormai scaduto, Vienna si prepara ad accogliere l’evento in un clima di tensione crescente: la posta in gioco non è più solo il voto delle giurie o il televoto da casa, ma la credibilità stessa di un festival che, per la prima volta dopo decenni, si trova a fare i conti con la possibilità concreta di uno strappo definitivo tra la sua anima pop e le sue responsabilità politiche.




