Kimi Antonelli, Papetti: «Cosa ci insegna, nel bene ma anche nel male, la sua incredibile storia»
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Redazione Sport
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Si è materializzato, domenica scorsa sul circuito di Shanghai, un evento che mancava all’appello del motorsport italiano da vent’anni esatti: il trionfo di un nostro connazionale in un Gran Premio di Formula 1. Andrea Kimi Antonelli, diciannove anni compiuti lo scorso agosto, ha firmato una vittoria che sa di pietra miliare, riportando l’Italia sul gradino più alto del podio iridato dai tempi di Giancarlo Fisichella in Malesia, era il 2006. Un successo netto, quello del pilota Mercedes, costruito su una pole position trasformata in comando saldo sin dalle prime battute, nonostante la partenza non proprio impeccabile e la pressione immediata delle due Ferrari. Il ragazzo bolognese, che di anni ne ha diciannove e mezzo, ha retto l’urto, ha amministrato con freddezza la corsa e ha risposto colpo su colpo al compagno di squadra George Russell, tenendolo a debita distanza. Sul traguardo, le lacrime hanno preso il sopravvento, quelle di chi realizza un sogno inseguito da sempre tra i kartodromi di mezza Europa, e quelle di un movimento intero che ritrova un erede di quella scuola di piloti che aveva dato i natali a Nino Farina e Alberto Ascari.
Il paradosso italiano e l’intuizione tedesca
E qui affiora, nella narrazione di questa incredibile ascesa, un paradosso che non può passare inosservato e che il padre del ragazzo, Marco Papetti, ha avuto modo di sottolineare sulle colonne di un quotidiano. La Germania, si sa, è paese che sa valorizzare i giovani talenti e i cervelli in generale, e nel caso di Antonelli lo ha fatto con lungimiranza. Fu infatti Oltreconfine, e per la precisione in una fabbrica di stelle come quella di Mercedes, che notarono il piccolo Kimi quando di anni ne aveva appena undici. Lo accolsero, lo allevarono, lo fecero crescere nel loro programma giovani, credendo in un potenziale che in Italia, forse, qualcuno aveva sottovalutato. Perché è altrettanto vero, ed è bene ricordarlo, che la Ferrari, quando Antonelli era ancora un ragazzino di undici anni, ebbe modo di visionarlo. Lo portarono a Maranello, lo fecero sedere al simulatore della Ferrari Driver Academy, lo osservarono con attenzione. Poi, però, la decisione, che si dice riconducibile a Maurizio Arrivabene, fu di lasciarlo andare. Troppo giovane, forse troppo acerbo per un investimento a lungo termine. La Germania, invece, quel rischio lo ha corso, e oggi ne raccoglie i frutti più maturi. Una mentalità, quella di certi ambienti italiani, ancora troppo legata a schemi retrograde che mal si conciliano con gli investimenti in ricerca e innovazione, e che forse ha perso l’occasione di tenersi stretto un talento cristallino.
L’orgoglio di una madre e la maturità di un figlio
Ma al di là delle logiche di mercato e delle scelte industriali, la storia di Kimi Antonelli conserva un lato profondamente umano, fatto di sacrifici e di valori semplici che emergono dalle parole della madre, Veronica. Per lei, come ha raccontato a pochi giorni dalla storica vittoria, Andrea è e resterà sempre Andy, il suo ragazzo veloce. Quello cresciuto tra le tende dei kartodromi di tutta Europa, abituato prestissimo all’idea di vedere il figlio partire e poi tornare, e di guardarlo crescere con un’educazione e una maturità che, alla fine, sono il suo orgoglio più grande. Perché se è vero che la felicità del figlio e i risultati in pista contano, ciò che riempie il cuore di una madre, confida Veronica, è sentire la gente dire che è davvero un bravo ragazzo. Una semplicità che stride piacevolmente con i riflettori puntati addosso in queste ore, ma che restituisce l’immagine di un giovane uomo con i piedi per terra, capace di emozionarsi fino alle lacrime dopo aver tagliato il traguardo, ma anche di gestire la pressione di un intero paese che lo guarda.
La consacrazione in Cina e il significato di un podio speciale
Quella di domenica notte, con gli Oscar del cinema in sottofondo a Los Angeles, è stata una gara che nessuno sceneggiatore avrebbe potuto scrivere meglio. Il podio del Gran Premio della Cina ha riunito, nei festeggiamenti, il futuro, il presente e il passato della Mercedes. Da una parte il giovanissimo Antonelli, che con questa vittoria si è guadagnato le copertine di tutti i giornali, anche di quelli che di Formula 1 non si sono mai occupati. Dall’altra, un Lewis Hamilton che, con la sua Ferrari terza, ha chiuso un cerchio e ne ha aperto un altro, tornando a sorridere dopo un periodo difficile. Una gara, quella di Shanghai, che ha visto il ritiro delle due McLaren prima ancora del via e un duello fratricida tra le Rosse, con Charles Leclerc a mordere i freni dietro al compagno di squadra, ma che alla fine ha consegnato alla cronaca un dato inequivocabile: l’Italia ha trovato un giovane capace di riallacciare quel filo interrotto con la storia dei grandi campioni, e il mondo della Formula 1 ha un nuovo, straordinario protagonista.




