Guerra in Iran: colpire gli Emirati è stato un grande errore tattico da parte di Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel complesso scacchiere mediorientale, dove le alleanze si intrecciano con le rivalità storiche e le ambizioni egemoniche, la scelta dell’Iran di allargare il fronte della ritorsione oltre i confini dei suoi diretti nemici, Stati Uniti e Israele, si sta rivelando un clamoroso passo falso. Se nei precedenti scontri, pur intensi, il regime degli ayatollah si era limitato a qualche reazione dimostrativa – basti pensare alle salve di missili contro Israele, puntualmente intercettati – questa volta la strategia è mutata radicalmente, e con essa le conseguenze geopolitiche. Razzi e droni non hanno puntato soltanto verso i dichiarati obiettivi militari, le basi americane sparse nell’area, ma hanno deliberatamente colpito infrastrutture civili, aeroporti internazionali – come quello di Dubai, uno degli hub più trafficati del pianeta -2 – e persino complessi alberghieri di lusso, simboli della potenza economica e dell’apertura al mondo delle petromonarchie del Golfo. Questa pioggia di fuoco, caduta su paesi che ufficialmente non partecipano all’operazione militare guidata da Washington e Gerusalemme, ha prodotto l’effetto paradossale di trasformare Teheran da potenziale vittima di un'aggressione a minaccia concreta e percepita per la stabilità e la sovranità dei suoi stessi vicini.

Una trappola strategica che si chiude sugli ayatollah

L’intento della leadership iraniana, a giudicare dalla natura indiscriminata degli attacchi, appariva chiaro: aumentare esponenzialmente i costi del conflitto per la coalizione avversaria, colpendo gli alleati regionali di Stati Uniti e Israele per indurli a fare pressione su Washington affinché fermasse l’offensiva. Una sorta di avvertimento, quello lanciato da Teheran, volto a dimostrare che nessuno, nell’area, potesse sentirsi al sicuro o rimanere neutrale. Tuttavia, questa strategia della tensione, che mirava a colpire il tessuto economico e civile di paesi come gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Kuwait, si è rivelata un boomerang. Invece di seminare il panico e spingere queste nazioni a chiedere la fine delle ostilità, gli attacchi hanno saldato un fronte comune di condanna e, cosa ben più grave, hanno spinto le monarchie del Golfo a riconsiderare la loro tradizionale posizione di cautela e distanza dal conflitto. L’indignazione per i danni subiti, le vittime tra i lavoratori stranieri e la paura per la propria incolumità hanno trasformato la rabbia repressa in una determinazione crescente a difendersi, non più solo passivamente con le proprie contraeree, ma eventualmente anche con azioni dirette. I funzionari emiratini, ad esempio, hanno parlato senza mezzi termini di un “attacco a tradimento”, una violazione inaccettabile della sovranità nazionale che rischia di isolare definitivamente l’Iran nel consesso regionale.

Il paradosso del Golfo: uniti contro un nemico comune

Se l’obiettivo di Teheran era quello di rompere l’asse tra Washington e i suoi partner del Golfo, il risultato ottenuto è stato esattamente opposto. Le petromonarchie, storicamente divise da gelosie e rivalità commerciali, si ritrovano oggi accomunate da una minaccia tangibile e quotidiana. Il rumore della guerra nei loro cieli, con le difese aeree costantemente in allerta per intercettare droni e missili, è diventato il nuovo, inquietante sottofondo della vita a Dubai, Doha o Kuwait City. La risposta coordinata non si è fatta attendere: una bozza di risoluzione presentata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sponsorizzata proprio dai membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, chiede la cessazione immediata degli attacchi iraniani contro i paesi confinanti. Parallelamente, si moltiplicano le voci, riportate da esperti e analisti internazionali, secondo cui l’Arabia Saudita, il Qatar e gli stessi Emirati starebbero valutando la possibilità di passare a una fase più attiva, offrendo le proprie capacità militari o addirittura partecipando in misura limitata alle operazioni contro le postazioni missilistiche iraniane. La decisione degli Emirati di chiudere la propria ambasciata a Teheran e di colpire, per la prima volta, un impianto di desalinizzazione in territorio iraniano rappresenta un salto di qualità nella tensione, un segnale inequivocabile che la pazienza delle monarchie arabe ha un limite.

L’Europa e il dilemma della difesa

In questo quadro di crescente instabilità, l’inasprimento del conflitto pone anche l’Europa di fronte a scelte complesse e dolorose. I paesi del Vecchio Continente, legati alle monarchie del Golfo da profondi rapporti economici e da un crescente interscambio commerciale, si trovano a dover gestire le ricadute di una guerra che, pur combattuta lontano, ha conseguenze dirette sul prezzo del petrolio e sulla sicurezza energetica. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito “pura menzogna” le accuse di un presunto piano per colpire preventivamente gli Stati Uniti, cercando di rigettare la responsabilità dell’escalation su Israele. Ma la retorica non ferma i missili, e le capitali europee osservano con crescente apprensione la possibilità che i paesi amici del Golfo, bersaglio quotidiano degli attacchi, chiedano un supporto difensivo più concreto. L’Italia, con la sua storica presenza diplomatica e commerciale nella regione, segue con particolare attenzione gli sviluppi, ben conscia che la stabilità dell’area è una componente fondamentale della propria politica estera e della propria sicurezza economica. Mentre il presidente Donald Trump alterna messaggi di ottimismo sulla prossima fine della guerra a minacce di una violenza inaudita se l’Iran dovesse minacciare il traffico petroliero nello Stretto di Hormuz -3-8, i leader europei si preparano a discutere al G7 proprio le conseguenze economiche del conflitto, cercando di tracciare una linea che possa contenere l’escalation senza però essere travolti dalla sua furia.

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