La diplomazia della tensione: Teheran accusa gli Emirati e promette di uccidere Netanyahu
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Redazione Esteri
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La sedicesima giornata di guerra aperta tra Iran e Israele, con gli Stati Uniti saldamente ancorati al fianco di quest'ultimo, si apre con una doppia escalation, fatta di accuse formali e minacce esistenziali. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha infatti puntato il dito contro gli Emirati Arabi Uniti, arrivando a sostenerne il coinvolgimento diretto nelle operazioni militari nemiche. Secondo quanto ricostruito e diffuso dai media di Teheran, i raid statunitensi che nelle scorse ore hanno preso di mira le isole di Kharg e di Abu Musa — quest'ultima storicamente contesa — sarebbero materialmente partiti da basi situate in territorio emiratino, in particolare da Ras al-Khaimah e da un'area descritta come "molto vicina a Dubai". Una mossa, quella attribuita ad Abu Dhabi, che Araghchi ha bollato senza mezzi termini come "pericolosa", lasciando intendere che una simile scelta non resterà priva di conseguenze, sebbene abbia contestualmente precisato, in un passaggio che suona come un avvertimento condizionato, che Teheran "cercherà di fare attenzione a non attaccare nessuna area abitata" in caso di rappresaglia.
A fronte di queste pesanti imputazioni, non è tardata ad arrivare la replica secca del governo emiratino. Anwar Gargash, influente consigliere diplomatico del presidente Mohammed bin Zayed Al Nahyan, ha respinto al mittente le accuse, definendole il frutto di una "politica confusa" da parte iraniana, la quale avrebbe "perso la bussola e abbandonato la saggezza". Gargash ha ribadito il diritto degli Emirati all'autodifesa, sottolineando come il paese abbia finora esercitato una linea di moderazione, preferendo la ragione e la diplomazia nonostante quella che ha definito una "aggressione terroristica" subita. Un passaggio, questo, che mira a ribaltare il paradigma dell'aggressore, ricordando i precedenti attacchi iraniani e i vani tentativi di mediazione condotti da Abu Dhabi tra Washington e Teheran fino alla vigilia dello scoppio delle ostilità.
Nel frattempo, sul versante della retorica bellica e della lotta senza quartiere, a esprimersi con toni apocalittici sono stati i pasdaran, il d'élite della Rivoluzione. In un comunicato ufficiale, ripreso dalle agenzie di stampa vicine al regime, i Guardiani della Rivoluzione hanno lanciato una minaccia chiara e inequivocabile contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Partendo dall'assunto che vi sia "incertezza sul destino del criminale primo ministro sionista", ipotizzandone quasi la possibile morte o la fuga, i pasdaran hanno promesso che, qualora fosse ancora in vita, gli daranno la caccia con tutte le loro forze fino a ucciderlo. Un proclama che, al di là della sua valenza propagandistica, ha avuto l'effetto immediato di alimentare un vortice di voci e speculazioni sui social network, dove in molti si sono chiesti se dietro quella frase non si celasse in realtà la conferma indiretta di un evento già accaduto e tenuto nascosto dallo Stato ebraico




