La visita segreta di Netanyahu negli Emirati e l’effetto “cerniera” degli Stati Uniti
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Redazione Esteri
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Che il fronte mediorientale si stesse riorganizzando su direttrici inedite, dopo lo scoppio del conflitto aperto contro l’Iran lo scorso 28 febbraio, era un sospetto che aleggiava nei circoli diplomatici da settimane. La conferma, tuttavia, è arrivata con una rivelazione destinata a ridisegnare l’archivio delle alleanze liquide della regione. L’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha infatti annunciato – trasformando in realtà quelle che fino a ieri erano semplici illazioni – che il premier israeliano si è recato in una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti nel pieno delle operazioni militari, incontrando il presidente Mohamed bin Zayed Al Nahyan. Una mossa, quest’ultima, che i media internazionali avevano intercettato ma che solo ora riceve una ufficializzazione parziale, sebbene gli stessi Emirati abbiano frettolosamente smentito la versione fornita da Gerusalemme, forse per evitare la miccia di una reazione araba troppo violenta. Ciò che traspare da questo incidente diplomatico, al netto delle smentite di rito, è la fotografia di un asse strategico sempre più solido tra Abu Dhabi e lo Stato ebraico, cementato dalla comune avversione per la leadership religiosa di Teheran.
La reazione di Teheran tra accuse formali e consapevolezza preventiva
La reazione iraniana non si è fatta attendere, ed è affidata alla verve del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il quale ha utilizzato i social network per definire l’atteggiamento emiratino una “collusione imperdonabile” con il nemico sionista. In un post pubblicato su X, Araghchi ha però rivelato un particolare che aggiunge un ulteriore strato di complessità alla vicenda, ovvero che i servizi di sicurezza iraniani erano già a conoscenza di questo faccia a faccia riservato da tempo, tanto da averne informato preventivamente la propria leadership politica. “Netanyahu ha ora rivelato pubblicamente ciò che noi sapevamo già”, ha scritto il diplomatico, cercando di smontare l’effetto sorpresa dell’operazione mediatica israeliana. Araghchi ha poi lanciato un avvertimento esplicito rivolto a quei paesi del Golfo che, come Abu Dhabi, sembrano aver scelto un campo: “Inimicarsi il grande popolo iraniano è una scommessa folle – ha tuonato – e coloro che colludono con Israele saranno chiamati a rispondere”. Una retorica che, se da un lato mira a rassicurare l’opinione pubblica interna sulla presunta infallibilità dei propri apparati di intelligence, dall’altro certifica l’esistenza di una frattura insanabile nella regione.
Il ruolo americano e le tensioni parallele sullo Stretto di Hormuz
A fare da sfondo, e in un certo senso da regista occulto di questo riallineamento, c’è la regia degli Stati Uniti, dove Donald Trump – ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da più di un anno – sta continuando a premere per l’isolamento della Repubblica Islamica. La visita di Netanyahu ad Abu Dhabi, che rappresenta di fatto una militarizzazione degli Accordi di Abramo firmati nel 2020, non sarebbe infatti concepibile senza il sostegno logistico e politico di Washington, la quale vede negli Emirati un partner privilegiato per arginare l’espansione marittima iraniana. Tanto più in un momento in cui il braccio di ferro si è spostato sulle acque strategiche dello Stretto di Hormuz, teatro di un consueto ma pericolosissimo scambio di minacce. Da una parte, gli Stati Uniti fanno volare i caccia stealth F-35 per dimostrare la propria capacità di proiezione; dall’altra, Teheran ribadisce che il transito non avviene senza il suo permesso, ventilando scenari di blocco totale per le petroliere. È in questo contesto di tensione massima che il viaggio segreto di Netanyahu – che alcuni reporter hanno collocato nella città di Al Ain durante la cosiddetta operazione “Ruggito del Leone” – assume le sembianze di un vero e proprio atto di guerra psicologica e diplomatica.
La posizione ambigua di Abu Dhabi e la crepa nel Consiglio del Golfo
L’imbarazzo degli Emirati, di cui parlano le cronache internazionali, deriva dalla loro posizione ormai scomoda all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc). Da un lato, Abu Dhabi cerca di trattenere i benefici economici e commerciali del dialogo con il vicino saudita; dall’altro, non può più nascondere la propria indipendenza strategica, culminata con la decisione – a dir poco storica – di uscire dall’Opec. Una scelta, quest’ultima, che ha di fatto allentato i vincoli con Riad e che è stata interpretata come un tentativo di Abu Dhabi di tracciare una rotta autonoma in materia di sicurezza energetica. La smentita della visita di Netanyahu, arrivata nella tarda serata di ieri dal ministero degli Esteri emiratino, è servita proprio a cercare di ricucire quello strappo con gli alleati arabi, che osservano con sospetto l’intimità militare tra la piccola federazione del Golfo e Israele. Tuttavia, il danno politico per l’immagine di Abu Dhabi appare ormai fatto: accogliere il premier israeliano mentre i caccia americani bombardano le postazioni iraniane significa, di fatto, legittimare un conflitto che i vicini arabi preferirebbero rimanesse confinato allo scontro tra Stati Uniti e Persia. Il timore, come evidenziato dall’analista Andrea Dessì all’indomani dello scoppio della guerra, è che l’asse bilaterale Israele-Emirati, sostenuto a distanza dall’amministrazione Trump, finisca per accelerare una polarizzazione della regione dalla quale non sarà facile tornare indietro.




