L’Opec sfida gli Emirati con un aumento di produzione: 188mila barili al giorno da giugno. E una superpetroliera iraniana beffa il blocco Usa nello Stretto di Hormuz

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Una mossa che sa più di reazione simbolica che di intervento risolutivo, ma che rivela tutto lo stato di tensione all’interno del cartello petrolifero. A due giorni dall’addio a sorpresa degli Emirati Arabi Uniti, sette membri dell’Opec+ – Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman – si sono riuniti in videoconferenza per gettare un’ancora di stabilità in un mare di incertezze geopolitiche. La decisione, ufficializzata al termine del vertice di domenica 3 maggio, prevede l’aumento della produzione complessiva di 188mila barili al giorno a partire da giugno. Un volume, questo, calibrato e sostanzialmente analogo agli incrementi dei mesi scorsi, una volta sottratta la quota che competeva ad Abu Dhabi. L’obiettivo dichiarato è calmierare una corsa del greggio che, dopo aver toccato il record di 126 dollari al barile, persistesse ben al di sopra della soglia psicologica dei 100 dollari.

Il peso delle assenze e la guerra dei radar nello Stretto

La riunione dei sette – che ha visto escluso proprio l’emirato di Abu Dhabi, uscito ufficialmente dal cartello dal 1° maggio – è la cartina di tornasole di una frattura profonda. Il gruppo ha ribadito il proprio “impegno collettivo” e l’intenzione di riunirsi mensilmente, con il prossimo appuntamento già fissato per il 7 giugno, ma il contesto in cui si muove è dominato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Ed è proprio in questo collo di bottiglia strategico che si inserisce l’episodio della superpetroliera iraniana "HUGE". Secondo quanto ricostruito da fonti specializzate, lo scafo – carico di circa 1,9 milioni di barili di greggio per un valore stimato di 220 milioni di dollari – sarebbe riuscito a eludere il blocco navale statunitense. Scomparso dai radar dopo aver lasciato le acque iraniane, il mercantile è riapparso in Estremo Oriente, attraversando indenne lo Stretto di Lombok in Indonesia. Un'operazione, questa, che rappresenta una beffa tattica per l’amministrazione Trump, la quale non solo mantiene da oltre un anno la presidenza, ma ha risposto all’escalation autorizzando una maxi-commessa di armamenti per 8,6 miliardi di dollari destinata agli alleati regionali, tra cui Qatar, Kuwait e Israele.

Un’analisi realistica: tra diplomazia impossibile e dazi impliciti

Se l’aumento dell’Opec+ mira a dimostrare coesione, la sua efficacia pratica è fortemente ridimensionata proprio dalla chiusura di Hormuz. I flussi del Golfo Persico restano strozzati, e l’incremento – come notano diversi analisti – rischia di rimanere una mera dichiarazione di intenti. Robert Wescott, già capo economista durante l’era Clinton e consulente in numerose commissioni presidenziali (comprese quelle del primo mandato Trump) per lo studio dei "chokepoints", non ha dubbi sulla gravità della situazione. In una recente intervista, l’esperto ha definito l’opzione militare “di difficilissimo successo” e quella diplomatica “ancora più lontana”, prospettando uno scenario in cui lo Stretto resterà chiuso a lungo. Le conseguenze di questo stallo investono anche Washington: nonostante gli Stati Uniti siano diventati il primo esportatore mondiale di petrolio – con 250 milioni di barili spediti in sole nove settimane, superando l’Arabia Saudita – il prezzo alla pompa rimane schiacciato dalle logiche dei mercati globali.

La sfida silenziosa di Abu Dhabi: investimenti contro quote

Mentre i sette cercano di gestire l’emergenza prezzi, gli Emirati Arabi Uniti giocano una partita parallela e di lungo periodo. L’uscita dall’Opec+ non è stata un fulmine a ciel sereno, ma il culmine di un’insoddisfazione storica per il sistema di quote imposto da Riyad, che limitava Abu Dhabi a circa 3,4 milioni di barili al giorno. Ora che le mani sono libere, la Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc) ha annunciato investimenti colossali per 55 miliardi di dollari in nuovi progetti da qui al 2028, con l’obiettivo dichiarato di spingere la capacità produttiva fino a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027. Una mossa che trasforma il disgelo dal cartello in una vera e propria dichiarazione di indipendenza energetica, pronta a intercettare le fette di mercato lasciate scoperte dalle turbolenze che continuano a sconvolgere le rotte del Medio Oriente.

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