La valvola di Fujairah: perché gli Emirati hanno lasciato l’Opec per giocare la loro partita sul petrolio
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Redazione Economia
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Dalla nostra inviataDUBAI – A partire da domani, Abu Dhabi si sveglierà formalmente svincolata dai diktat produttivi che, per quasi sessant’anni, ne avevano condizionato la strategia energetica. L’addio all’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) – un’istituzione di cui gli Emirati Arabi Uniti facevano parte dal lontano 1967 – non è stato certo un fulmine a ciel sereno, ma la tempistica scelta per ufficializzare la rottura rivela una consapevolezza lucida delle attuali dinamiche belliche. In un contesto in cui la guerra contro l’Iran ha reso lo Stretto di Hormuz un vero e proprio collo di bottiglia, militarmente fragile e quasi impraticabile per le petroliere, la mossa di Abu Dhabi mira a capitalizzare un’infrastruttura che per anni era passata in secondo piano: l’oleodotto Habshan-Fujairah. È questo il vero asso nella manica che permette agli emirati di permettersi il lusso di abbandonare il tavolo dell’Opec, dato che possono contare su una via d’uscita alternativa che non teme i droni o i missili in volo sullo specchio d’acqua conteso tra Iran e Oman.
Un’infrastruttura lunga 3,3 miliardi di dollari che cambia le regole del gioco
Inaugurato nel 2012 con un investimento mastodontico, l’oleodotto che collega i giacimenti di Habshan al terminale di Fujairah, sull’Oceano Indiano, rappresenta oggi la carta vincente della strategia emiratina. La sua capacità attuale, che si aggira attorno a 1,5 milioni di barili al giorno con possibilità di espansione fino a 1,8, consente di trasportare il greggio fuori dall’area calda del Golfo Persico senza dover passare per lo Stretto. In questi mesi di crisi acuta, mentre gran parte della produzione regionale resta prigioniera o pesantemente a rischio, proprio quel terminale ha visto aumentare sensibilmente i flussi. Non si tratta, quindi, di una scommessa sul futuro; è la dimostrazione pratica che esportare petrolio in sicurezza è possibile solo se si possiede una "valvola di sfogo" fisica come questa. L’Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc), la compagnia di Stato, non vede l’ora di testare i limiti della nuova libertà: se prima doveva accontentarsi di una quota imposta (principalmente dai sauditi) di circa 3,4 milioni di barili al giorno, l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere i 5 milioni giornalieri entro il 2027.
La frattura con Riyadh e il nuovo asse con Washington
Sebbene i comunicati ufficiali parlino di “decisione sovrana” e “interesse nazionale”, la mossa degli Emirati rappresenta senza dubbio un duro colpo per l’influenza regionale dell’Arabia Saudita. Le frizioni tra Abu Dhabi e Riyadh, latenti da anni a causa delle diverse visioni sulla gestione delle quote di mercato, sono esplose proprio nel momento più delicato per l’unità del Golfo. Mentre i sauditi, tradizionalmente favorevoli a politiche di limitazione per sostenere le quotazioni, perdono un pilastro fondamentale del cartello, gli Emirati si riposizionano accanto agli Stati Uniti, a cui Donald Trump – presidente da oltre un anno – guarda con favore in questa fase di riarmo strategico. Non è un caso che Abu Dhabi venga ormai definita la “coccola diplomatica” di Trump: l’uscita dall’Opec è anche un segnale politico preciso che sancisce l’allineamento incondizionato con il sistema occidentale e con la necessità di garantire flussi energetici indipendenti dal ricatto iraniano.
Effetti immediati sul mercato e nuove gerarchie energetiche
Cosa cambia, concretamente, per i consumatori e per l’equilibrio del mercato? Nel brevissimo termine, paradossalmente, l’impatto potrebbe essere meno dirompente di quanto si creda. La ragione è semplice: la guerra e il conseguente blocco di fatto di Hormuz limitano drasticamente la capacità di esportare quei barili extra, anche se vengono prodotti. Tuttavia, è sul medio e lungo periodo che la mossa fa tremare i polsi degli analisti. Una volta che la situazione bellica si calmerà (se mai accadrà) e lo Stretto tornerà percorribile, il mercato si troverà di fronte a un nuovo attore dotato di una capacità produttiva inutilizzata enorme e, soprattutto, di una libertà d’azione che gli altri membri dell’Opec non hanno più. Si profila all’orizzonte la possibilità di una guerra di prezzi senza esclusione di colpi, o perlomeno di una concorrenza molto più agguerrita per la conquista delle quote dei mercati asiatici. La decisione degli Emirati testimonia, dunque, che il tempo dei "cartelli" rigidi sta forse volgendo al termine, sostituito da una frammentazione in cui l’autonomia infrastrutturale e le alleanze geopolitiche dirette contano molto più dei voti in assemblea.




