Gli Emirati lasciano l’Opec e il prezzo del petrolio cambia passo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quando un membro storico, quasi un pilastro, abbandona la nave, il movimento dell’acqua intorno si fa inevitabilmente più turbolento. A partire dal primo maggio 2026, gli Emirati Arabi Uniti hanno formalizzato la loro uscita dall’Opec, l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio fondata a Baghdad nel 1960, in pieno clima di Guerra Fredda. Una decisione che, sebbene fosse nell’aria da qualche mese, ha colto molti analisti di sorpresa per la sua tempistica serrata e per l’assenza quasi totale di preavviso. Abu Dhabi, che pure aderiva al “cartello” dal 1967, ha così scelto di rendersi autonoma dai vincoli produttivi imposti storicamente dall’alleato saudita, legandosi a una strategia di espansione industriale interna già da tempo pianificata.

L’addio ai tetti di produzione e il nuovo ruolo di Adnoc

Al centro della svolta c’è la compagnia petrolifera statale Adnoc, la quale ritiene di poter incrementare la propria estrazione giornaliera dagli attuali 3,4 milioni di barili – questi erano il limite fissato dall’Opec – fino a 5 milioni entro il 2027. Senza più il vincolo rappresentato dalle quote decise collegialmente (dove l’Arabia Saudita ha da sempre esercitato un’influenza preponderante), gli Emirati potranno mettere sul mercato un quantitativo aggiuntivo stimabile tra i 700 e i 900 mila barili al giorno. Una cifra non certo trascurabile, destinata a riversarsi sugli scambi globali con effetti immediati: per i consumatori, quelli italiani compresi, si profila all’orizzonte una riduzione dei prezzi alla pompa, almeno finché la domanda non assorbirà questa nuova offerta.

La geografia dell’oro nero e l’oleodotto che bypassa Hormuz

Ma la mossa di Abu Dhabi non è solo una questione di volumi. Essa va letta anche come una riconfigurazione geostrategica: l’oleodotto di Fujairah, infrastruttura chiave che permette di esportare il greggio senza passare dallo Stretto di Hormuz – quel collo di bottiglia spesso minacciato da tensioni militari – diventa ora uno strumento ancora più rilevante. Uscendo dall’Opec, gli Emirati non devono più coordinare le proprie scelte logistiche con gli altri membri, né subire le eventuali ripercussioni diplomatiche di una produzione slegata dalle direttive comuni. Il timore, per i paesi ancora all’interno del cartello, è che altri membri minori possano seguire l’esempio, frantumando quel meccanismo di regolazione collettiva che per decenni ha tenuto sotto controllo l’andamento delle quotazioni.

Un equilibrio rotto dopo sessant’anni di collaborazione

L’Opec, nata con soli cinque membri fondatori (Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait e Venezuela), aveva progressivamente allargato le proprie maglie includendo altre nazioni produttrici, tra cui appunto gli Emirati. Per quasi sessant’anni, questi ultimi hanno accettato di limitare la propria estrazione in cambio di una certa stabilità dei prezzi e di una protezione diplomatica reciproca. Ora che l’intesa è saltata, il mercato dovrà fare i conti con un nuovo attore libero da vincoli, capace di fissare un prezzo di vendita indipendente e di competere frontalmente con gli stessi partner di ieri. Resta da osservare come reagirà l’Arabia Saudita, da sempre leader de facto del gruppo, e se tenterà una riconversione dell’alleanza o semplicemente assorbirà il colpo aumentando a sua volta la produzione. Quel che è certo, per ora, è che l’oro nero ha appena cambiato alcune delle sue regole di ingaggio.

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