Gli Emirati Arabi Uniti lasciano l’Opec: la mossa che cambia gli equilibri del petrolio
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Redazione Economia
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Sarebbe riduttivo definirlo soltanto uno strappo, fosse anche l’ennesimo, all’interno di un’alleanza strategica nata durante la Guerra Fredda. Il reale peso specifico della decisione, quella presa da Abu Dhabi di dire addio all’Opec a partire dal 1° maggio 2026, va misurato sulla base di un contesto internazionale già infiammato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz – una crisi che, da sola, ha sottratto ai mercati oltre il 10% dell’offerta globale di greggio. Inserendosi in questo vuoto di potere e di forniture, l’annuncio degli Emirati (che pure, va ricordato, erano entrati nell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio già nel lontano 1967, quattro anni prima ancora della loro ufficializzazione come Stato sovrano sulle cartine geografiche) rischia di ridisegnare per intero la geografia dell’oro nero. Una scelta, quella maturata a Dubai e ad Abu Dhabi, che non rappresenta un fulmine a ciel sereno: nasce piuttosto da un malcontento cronico nei confronti delle quote imposte dall’alleanza e da una crescente insofferenza verso l’egemonia dell’Arabia Saudita all’interno del cartello.
L’addio dopo cinquantotto anni e le ragioni di una rottura insanabile
Per comprendere la portata della scelta, bisogna tornare indietro di qualche anno, a quando i rapporti tra Riad e gli Emirati cominciarono a mostrare i primi, significativi segni di cedimento. Se da un lato l’Arabia Saudita, storicamente il leader de facto dell’organizzazione, ha bisogno di un prezzo del barile vicino ai 100 dollari per bilanciare i propri conti pubblici e favorire quindi una politica di limitazione dell’offerta, dall’altro Abu Dhabi ha da tempo invertito la rotta: gli Emirati, che dispongono di una solidità finanziaria quasi illimitata e di costi di estrazione tra i più bassi del pianeta, non vogliono più rinunciare ai ricavi immediati. Il loro obiettivo dichiarato, già da prima della crisi attuale, era quello di spingere la produzione fino a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027 (dai circa 3,8 attuali), un piano industriale che le rigidità dei tagli Opec rendevano semplicemente incompatibile con la realtà dei fatti. In questo senso, la guerra a Gaza e le successive tensioni con l’Iran – che hanno reso insicure le rotte del Golfo – hanno funto da detonatore per una miccia già accesa. La chiusura parziale dello Stretto ha infatti dato agli Emirati la scusa ideale per muoversi in autonomia, sfruttando il caos speculativo per mimetizzare una mossa che, in tempo di pace, sarebbe probabilmente costata loro un isolamento politico molto più pesante.
L’impatto sul cartello e le conseguenze per i mercati globali
Sul piano meramente economico, la fuoriuscita del terzo produttore storico dell’alleanza (Abu Dhabi contribuiva per circa il 10-12% dell’estrazione totale del gruppo) consegna un colpo durissimo al meccanismo di regolazione dei prezzi che l’Opec ha provato a difendere per decenni. Privata di uno dei suoi membri più influenti e dinamici, l’organizzazione guidata sostanzialmente dai sauditi vede franare uno dei pilastri su cui reggeva la credibilità degli accordi di produzione; e non è un caso, in questa prospettiva, che molti analisti di mercato citino ormai il rischio concreto di una “guerra dei prezzi” simile a quella del 2014 o del 2020, qualora il conflitto mediorientale dovesse placarsi e il petrolio emiratino tornasse a fluire senza vincoli. Paradossalmente, proprio l’instabilità che oggi strangola le forniture funge da parafulmine per le ripercussioni immediate: con lo Stretto di Hormuz bloccato, l’incapacità di Abu Dhabi di riversare subito nuovo greggio nel mercato attenua l’urto sui listini, limitando il crollo delle quotazioni. Tuttavia, gli esperti avvertono che si tratta solo di un’illusione ottica, di una tregua ingannevole.
Il futuro della produzione e le ripercussioni specifiche per l’Italia
E per l’Italia, cosa cambierà concretamente, al netto di questa ennesima scossa tellurica sul piano energetico? Il nostro Paese, va sottolineato, non produce petrolio in quantità significative e dipende quasi interamente dalle importazioni; ne consegue che ogni frattura negli equilibri del Golfo si traduce immediatamente in una variazione (solitamente in aumento) dei costi per le imprese e per i consumatori finali. Detto questo, la variabile rappresentata dagli Emirati presenta un’ambivalenza di fondo. Nel breve periodo, l’incertezza geopolitica generata dal divorzio con l’Opec potrebbe alimentare la volatilità dei futures, tenendo alta la pressione sui listini e penalizzando un’economia importatrice netta come la nostra. In una prospettiva di medio termine, però, se e quando le rotte del Golfo verranno riaperte, la possibilità che Abu Dhabi inondi il mercato con milioni di barili “extra” (liberi da qualsiasi logica di contingentamento) potrebbe fungere da formidabile freno ai rincari, favorendo quei Paesi, Italia in testa, che consumano molto più di quanto estraggono. Un’opportunità, quest’ultima, che riguarda da vicino anche il gruppo Eni, storicamente presente negli Emirati con partecipazioni in giacimenti e raffinerie (si pensi alla joint venture con Adnoc nella raffineria di Ruwais); l’azzeramento dei vincoli Opec potrebbe infatti tradursi, per la major di Enrico Mattei, nella facoltà di aumentare la produzione nei pozzi in cui opera, trasformando una crisi diplomatica in un’occasione di business piuttosto sostanziosa.




